Filmati Isis, censura sì o no?

Redazione CP
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La nostra è l’epoca delle immagini e nessuno quarant’anni fa avrebbe mai pensato di censurare il cadavere di Aldo Moro crivellato di colpi.
Nel 2011 invece le immagini che ritraevano il dittatore Gheddafi senza vita, fecero gridare all’orrore: qualcuno parlò di materiale dalla forte valenza storica, impossibile da censurare, altri invece apostrofarono la scelta di certi giornali come puro sciacallaggio.

Oggi il dilemma “è giusto o sbagliato pubblicare certi filmati” si impone mediaticamente, e mentre immagini ributtanti e spaventose continuano ad essere diffuse dall’esercito di fanatici combattenti dell’autoproclamato Stato islamico, esperti di comunicazione e giornalisti si chiedono da che parte stare.

Il confine tra ciò che è pubblicabile e ciò che non lo è un confine molto labile, perché frutto della sensibilità collettiva e del suo evolversi. Basti pensare a immagini che fino a solo trenta anni fa erano considerate oscene o pornografia, mentre oggi scorrono dinnanzi agli sguardi di spettatori assuefatti, senza suscitare alcun sentimento, se non indifferenza.

“La coscienza passa sempre attraverso la conoscenza e non attraverso la negazione, la censura, l’aggiramento della rete” – così Domenico Quirico, inviato di guerra de La Stampa, dopo la drammatica decapitazione del giornalista americano James Fooley, quasi il battesimo di un rituale che sembra non arrestarsi.
E mentre i tagliagole di Daesh arricchiscono la sequela di immagini raccapriccianti diffondendole sul web dai loro profili social, il dilemma nel mondo occidentale prende corpo e ci si chiede se Marshall McLuhan abbia ragione o meno a dire che “Senza comunicazione il terrorismo non esisterebbe”.

Sicuramente non è d’accordo Nicolas Henin, compagno “fortunato” di prigionia di Fooley, che all’epoca dei fatti diceva “Temo che oscurare quel video non farebbe altro che rafforzare la propaganda jhiadista. Non è distruggendo il termometro che abbassi la febbre”.

Diversamente Monica Maggioni, Direttore del canale all news della rai, che qualche mese fa con un editoriale spiegava le ragioni della decisione di non trasmettere più i filmati Isis, con l’intento di frenare la propaganda e non agire da moltiplicatore.

Fernando Scianna in “Etica e giornalismo” sostiene che la domanda da porsi è “Siamo ancora nell’ordine dell’informazione?” Lo scrittore e reporter spiega che un’immagine può diventare morbosa e inutile, e questo dipende da quanto già ne sappiamo.

Io credo che il crinale sia molto sottile e, soprattutto nell’era del terrorismo, difficile da identificare; forse è giusto mostrare miliziani terroristi che distruggono millenni di storia, ma è davvero giusto esibire in prima pagina il pilota giordano nell’istante prima che venga raggiunto dalle fiamme?!

Credo che quel fotogramma non aggiungesse nulla di più al dato giornalistico e per questo sono ancor più certa che quella scelta, piuttosto che spinta da un sacrosanto dovere di cronaca, fosse incoraggiata dall’idea di vendere qualche copia in più.

Insomma la questione è delicata e venirne a capo non è cosa facile, soprattutto se si vuole far salvi tutti e tutto, la partita è difficile e gli attori in campo sono tanti: da una parte c’è l’etica giornalista che ti impone di rendere un fatto notizia, così come la consapevolezza che solo mostrare la brutalità di un’immagine può forgiare una coscienza collettiva, dall’altra però c’è il rischio di fungere da megafono, o peggio ancora quello di essere sedotti dal cosiddetto voyeurismo della morte.

Vi è un altro elemento inoltre da non sottovalutare: l’abusata disintermediazione giornalistica!
Dobbiamo arrenderci all’idea che seppure un giornalista, ispirato dalle logiche del buon senso, decida di non indugiare su un particolare scioccante per l’opinione pubblica o lesivo per la dignità della vittima, quell’immagine troverà comunque un canale per venire a galla, perché ci sarà sempre qualcuno pronto a postare un video o un’immagine, immaginando la sua vita alla stregua di una partita a Call of duty.
Come ha scritto Massimo Gaggi in un editoriale sul Corriere della Sera “il web ci rende più liberi, ma anche più vulnerabili”.

 

AntonellaTauro

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