In bocca al lupo, Charlie Hebdo.

Matteo Cadeddu
Si pres du but - vignetta Charlie Hebdo
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Fonte immagine: l’ultimo numero di Charlie Hebdo, settimanale di satira francese.

 

Da artefici a vittime della comunicazione.
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Temi quali la libertà di espressione e la censura sono per un breve periodo tornati in voga, in seguito alla carneficina avvenuta nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo risalente allo scorso gennaio. Nelle settimane successive siamo tutti diventati un po’ Charlie, riempendoci la bocca di quanto sia importante proteggere diritti di cui la mia generazione, che non ne è mai stata privata, fa fatica a comprendere il valore.
Qualche giorno fa molti hanno preso distanze dal giornale satirico – della serie “non sono più Charlie” – in seguito ad una vignetta su Aylan, il bimbo siriano affogato in mare. La vignetta, riportata qui sopra (a destra), accosta l’immagine del purtroppo famoso bambino recuperato sulle spiagge turche, ad un cartello pubblicitario di McDonald che propone “due menù-bambino al prezzo di uno”. Al fianco del cartello il titolo dell’illustrazione: “così vicino alla meta”. Con la stessa cinicità di sempre la redazione non ha voluto prendersi gioco dei migranti, bensì farci prendere atto di contraddizioni della nostra società, quali il consumismo spinto che vede il bambino come nient’altro che un nuovo cliente (il titolo di questo numero era infatti “Benvenuti migranti!”)

Potremmo ulteriormente scendere nel dettaglio, ma sto riportando l’esempio di questa vignetta semplicemente per preparare il campo per alcune riflessioni. Le stesse persone che hanno preso le distanze da Charlie Hebdo sono quelle che non sono mai state veramente interessate ai contenuti della rivista, quelle che non riescono ad andare al di là del primo strato nell’interpretazione del messaggio, e quelle che “la libertà d’espressione sì, ma non troppo”. Charlie non è cambiato nei contenuti. E noi non siamo cambiati nei confronti della satira. Quello che si è innescato è un processo molto più grande della rivista stessa: Charlie Hebdo sembra oggi essere vittima di una comunicazione di cui non ha più il controllo. Per spiegarmi meglio vorrei riportare qui le parole che Luz, il “sopravvissuto” della redazione del giornale, ha recentemente confidato a La Stampa:

“Siamo stati sfruttati dal Daesh [N.D.R. il cosiddetto Stato Islamico] per farsi pubblicità e dal governo francese per portare avanti una politica di sicurezza liberticida. E tutto senza poterci fare nulla. Non abbiamo certamente la vocazione di servire il potere, anzi, tutt’altro, ma non possiamo farci niente. Siamo troppo piccoli per scardinare il simbolo in cui ci hanno rinchiusi. È complicato.”

Il primo passaggio del processo di mutazione avvenuto ha portato la rivista dall’essere fonte di comunicazione all’essere oggetto di comunicazione. In seguito ad un evento di tale portata, chiaramente, i messaggi veicolati da Charlie Hebdo poco importavano. Marginale è stato l’interesse verso i contenuti della rivista. Le vignette, in questa fase, venivano riportate solo negli articoli di approfondimento, per aggiungere un po’ di trippa per il famelico lettore.
Successivamente le vignette hanno cominciato ad avere più risonanza. Non tanto per un miglioramento della qualità dei contenuti o per un cambio di strategia da parte della redazione, ma per il semplice accostamento della vignetta ad un nome diventato un’icona. Charlie Hebdo, che mai ha auspicato a diventare mainstream, si è ritrovato inevitabilmente in vetrina. Senza pensare alla notorietà e alle entrate, questo potrebbe sembrare positivo anche solo per la possibilità di far arrivare il messaggio a più persone.
La verità è che il settimanale non è abbastanza grande e preparato da gestire tutto quello che è accaduto. E così, da fonte di comunicazione, passando per oggetto di comunicazione, la rivista è diventata strumento di comunicazione. Ad uso di altri. Un processo non reversibile in cui la voce della redazione suonerà sempre più bassa di coloro che ne disegnano l’immagine a proprio uso e consumo.

In bocca al lupo, Charlie.

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Matteo Cadeddu

27 anni e più di 400 chilometri di trekking nelle gambe. Camminare serve a creare idee e relazioni. La comunicazione serve a connetterle.


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