Mineo, il migrante della porta accanto

Manuela Mondello
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Foto scattata all’interno del Cara di Mineo, Agosto 2014 – Archivio personale


Ricostruire una storia in sequenze è spesso necessario e auspicabile. Il rischio di avere accesso a un racconto frammentario limita il nostro bagaglio di conoscenze, spoglia e indebolisce le nostre fragili opinioni. Nel caso del Centro d’Accoglienza Richiedenti Asilo (CARA) di Mineo (CT), la struttura ricettiva più grande d’Europa, è opportuno ricomporre i pezzi di un gigantesco puzzle, per comprendere a fondo il senso e le intenzioni di una struttura d’accoglienza voluta dall’alto, perché non esiste una storia senza il potere esercitato dal Potere.

Prima di fare questo doveroso passo indietro, è giusto soffermarsi su un’altra storia, che ci aiuta a comprendere la prima. Si tratta dell’omicidio in provincia di Catania e ci serve per approfondire la polemica che ne è scaturita. A Palagonia, centro agricolo della piana di Catania, che la toponomastica locale etichetta come “la città delle arance” si è consumato un duplice omicidio: una coppia è stata uccisa nella propria villa, dopo un tentativo di rapina andato male. Il presunto omicida è un migrante di 18 anni di nazionalità ivoriana, ospite del Cara di Mineo, che dista pochissimi chilometri dalla casa del delitto. “È anche colpa dello stato se i miei genitori sono stati uccisi perché permette a questi migranti di venire qui da noi e di fargli fare quello che vogliono, anche rapinare e uccidere” sottolinea con rabbia mista a dolore la figlia della coppia uccisa, ancora in preda a comprensibile choc per l’immenso dolore.

Ed è questo il filo che lega la prima storia alla seconda: esiste una struttura in Sicilia, dove uno dei suoi ospiti, accolti e mantenuti dall’Italia, si macchia di un efferato delitto di sangue. Talmente crudele nella sua dinamica da farci giungere a conclusioni che, in tempi come i nostri, di esodo biblico di migranti vivi e morti, attraverso “viaggi organizzati” da mercanti senza scrupoli, rischiano di essere facili e scontate. Ma a noi piace procedere con cautela e per step. Facciamo, quindi, un passo indietro.

Era il 14 febbraio 2011 quando l’allora Ministro dell’Interno, Roberto Maroni e l’ex Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si recarono al “Residence degli Aranci” per un sopralluogo. Quella visita decise il destino di una struttura ormai in disuso: l’ex cittadella degli americani, pertinenza della base di Sigonella, si sarebbe trasformata, come per magia, nel “Villaggio della Solidarietà”. La gigantesca struttura sarebbe diventata, senza se e senza ma, motivo d’orgoglio di un’accoglienza italiana fino a quel momento fallimentare. Apparentemente nulla avrebbe infranto questo progetto, ma rimaneva un “piccolo” ostacolo: il fronte comune di resistenza dei sindaci di 15 comuni del Calatino, i quali mostrarono forti perplessità sul tema della difesa e della sicurezza collettiva nel territorio. La prontezza di risposta del Governo si concretizzò in una promessa: installazione di sistemi di video-sorveglianza e presenza costante delle forze dell’ordine. L’impegno preso dal governo italiano si convertì nella sottoscrizione di un “Patto per la sicurezza”. E fu così che Mineo divenne “la porta d’accesso all’Europa”, con la sua struttura-villaggio che costa all’Italia più di 40 milioni di euro l’anno. Quando un anno fa ho visitato il centro, in una calda mattinata d’agosto, all’interno vi erano 3.700 ospiti di 40 nazionalità e 250 diverse etnie. Una situazione di inadeguatezza dal punto di vista legislativo, con tempi di attesa infiniti per ottenere un permesso di soggiorno. Tanti, troppi richiedenti asilo, e secondo il direttore del Cara Sebastiano Maccarrone “i tempi sono notevolmente lunghi e spesso inutili. Purtroppo ci si deve confrontare con quello che il legislatore ha previsto, e le leggi in vigore sono ormai obsolete e non trovano alcun riscontro nell’attualità”. Il lungo viale, chiuso da reti metalliche e pattugliato costantemente, ha visto transitare, in soli 4 anni, più di 13.000 richiedenti asilo, con tempi di permanenza medi di oltre un anno.

Tra carenze strutturali e il business dell'”indotto” che compra il silenzio di molti residenti nei Comuni della Piana di Catania, e con le cooperative che gestiscono “l’accoglienza” in service, appare sempre più lontano l’obiettivo della vera integrazione. “L’esilio” dei migranti e i tempi di attesa per ottenere lo status di rifugiato rappresentano i maggiori ostacoli al raggiungimento di un’integrazione dei migranti con il tessuto sociale ed economico del territorio nazionale. Una gestione improvvisata di un’accoglienza che si ritrova dopo decenni ancora a tamponare, senza riuscire a produrre una politica che sia capace di governare il tema.

Nessuno può sentirsi del tutto innocente: quando il male arriva è perché gli onesti dormono”, ha tuonato monsignor Calogero Peri, arcivescovo di Caltagirone, durante l’omelia del funerale dei coniugi uccisi. Stigmatizzando l’atteggiamento di certi personaggi che strumentalizzano un fatto di cronaca per fini propagandistici e i giornali che dovrebbero avere ritegno nel riportare le parole di una figlia distrutta dal dolore, e che, invece, tengono purtroppo banco. C’è molto ancora da lavorare, insomma, e si parla ancora di emergenza nell’accoglienza, e, tuttavia, rifuggendo da sentimenti di rivalsa, l’approccio sentimentalista, pur con gli opportuni distinguo, sembra l’unica prospettiva in grado di migliorare lo stato dell’arte.

Perciò è bello e giusto incrociare e indagare gli accadimenti. Nella “globalizzazione dell’indifferenza”, di un mondo che ha smesso di interrogarsi sul perché degli eventi, credo che le storie, anche quelle più tristi come questa, possano servire a ridare all’umanità una buona quota della dignità perduta.

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Manuela Mondello

Blogger, social media & web content editor, creativa, curiosa e appassionata di politica. Detesto la banalità e mi prendo cura di osservare (o almeno ci provo).


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