Click baiting, il business delle bufale click

Manuela Mondello
Click
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Cos’è il click baiting? Se è la prima volta che leggi questo termine non è grave, c’è sempre tempo per rimediare. Se lo hai già sentito ti dò un consiglio: approfondire sempre per andare oltre il presupposto di quello che stiamo per affrontare. Il click baiting significa letteralmente “acchiappa click”, è la tecnica del marketing, ormai diffusissima sui social network, di cui i social media manager si servono per portare click alle pagine. È una strategia che si basa sullo sfruttamento pubblicitario delle pagine visitate, ovvero dei click degli utenti.

Fin qui, direte, nulla di strano. Sembrerebbe uno dei tanti casi in cui si lavora sulla qualità del contenuto per ottenere il maggior profitto possibile in cambio di introiti pubblicitari. Ma il click-baiting non lavora sul contenuto ne tantomeno sulla qualità: si concentra esclusivamente sulla forma. In che modo? I contenuti che prendono il nome di click bait, cioè “esche da click”, sono confezionati in modo tale da rendere il massimo sui social e diventare contenuti virali. La viralità, nel web 2.0, riguarda i messaggi che si replicano in mille nuovi contesti, come il principio del raffreddore e dell’influenza. Per rendere l’idea ho selezionato alcuni esempi (riportati fedelmente) dei click-bait:

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Quante volte ti è capitato di leggere un contenuto simile? E di fare un click? I click bait svolgono una missione specifica: attirare il lettore, ricevere il maggior numero di click sul link e diventare virali. Che la notizia sia surreale e/o inventata poco importa. Tutto inizia, come abbiamo visto, dal titolo, con frasi che attirano l’attenzione e stimolano l’inconscio a cliccare. Spesso ma non solo si punta sull’ignoranza delle persone per trasformare una notizia falsa, esagerata o tendenziosa in qualcosa di virale.

Chi sono i responsabili? Le aziende e i conoscitori del web 2.0, sono infatti loro a occupare le piattaforme social spammando contenuti pur di incrementare le visite ai rispettivi siti web che vivono di inserzioni pubblicitarie. Più i lettori cliccano più aumentano i guadagni. È questa la logica e il presupposto stesso del click baiting, un fenomeno che recentemente ha costretto addirittura Mark Zuckerberg a intervenire. Il team di Facebook ha cambiato l’algoritmo per penalizzare questo tipo di contenuti. I nuovi parametri introdotti da Facebook agiscono in questo modo: l’influenza di un post dipende esclusivamente dal tempo d’interazione con il contenuto della pagina di destinazione. È il tempo di permanenza impiegato nella lettura di una notizia a stabilire se il contenuto è interessante o utilizza la tecnica del click baiting. Nel caso in cui una notizia sia confezionata secondo la tecnica dell’acchiappa click, il post subisce una penalizzazione in termini di visibilità.

È un buon rimedio? Non si rischia di colpire anche chi informa facendo post molto brevi o flash news? Prendiamo come esempio le agenzie di stampa: un fatto, teoricamente, è raccontato seguendo la famosa regola delle “5 W” del giornalismo. Brevi articoli che però contengono una notizia. Lo stesso vale per un comunicato che può essere breve ma essenziale. Un lettore che fa click e legge velocemente il contenuto, può partire da quella notizia e decidere di approfondire il tema. Non funziona così il meccanismo informativo? Non rischiamo in questo modo di penalizzarlo?

Non sembra una soluzione: gli esempi riportati prima lo dimostrano. I social sono ancora oggi pieni di click bait e la tendenza a veicolare bufale è ancora in atto. E ad alcuni piace persino leggerli e condividerli.
Se penso alla moda di sbattere in prima pagina il mostro immigrato per ragioni di business, raccontando storie raccapriccianti, totalmente inventate, in cui gli italiani sono vittime di “brutti clandestini” (il sito Senzacensura.eu, tra i tanti, chiuso recentemente dalla polizia postale), siamo di fronte a una vera e propria violenza. Prendere in giro intenzionalmente le persone ha effetti importanti da non sottovalutare: si gioca sulla distrazione, sulla superficialità e sulla disinformazione, si innesca un meccanismo in cui i professionisti del web si ingrossano con l’ignoranza, creando un ambiente surreale, pieno di controsensi e ambiguità. C’è però ancora chi crede di poterli combattere creando contenuti di qualità. Rimbocchiamoci le maniche tutti allora: forse non servirà a risolvere il problema, ma abbiamo un cervello e siamo in grado di rifiutare i click bait, segnalando, con un click, o togliendo il like alla pagina.

Utente usa il cervello ed estingue i click-bait. Ecco come…

Lo clicchereste? Spero vivamente di sì.
A ogni modo vi lascio con questo spunto: il sociologo Levy (1994) parlava di “intelligenza collettiva”, intendendo quel sapere distribuito e condiviso che arricchisce le persone, ed è possibile grazie a Internet e alle tecnologie.
Un approccio cyber-ottimista che ci mette davanti a una naturale riflessione: il fenomeno del click baiting, che si nutre di condivisione, di distribuzione e che passa di bacheca in bacheca, a cosa ci porterà? Per adesso speriamo non ci porti a una forma particolare di demenza, cybernetica e, perciò, impalpabile, molto condivisa, collettiva of course, della serie click comune, mezzo business!

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Manuela Mondello

Blogger, social media & web content editor, creativa, curiosa e appassionata di politica. Detesto la banalità e mi prendo cura di osservare (o almeno ci provo).


2 Comments

  1. ANGELO COLOMBI

    Grazie

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