La denuncia sociale ai tempi di Facebook

Matteo Cadeddu
La denuncia sociale ai tempi di Facebook
La denuncia sociale ai tempi di Facebook
La denuncia sociale ai tempi di Facebook
La denuncia sociale ai tempi di Facebook
La denuncia sociale ai tempi di Facebook
La denuncia sociale ai tempi di Facebook
Condividi

“La tecnologia ha cambiato il nostro modo di comunicare ma non penso che sia peggio ora del passato, è semplicemente differente. Nelle grandi città ancora oggi ci sono problemi di comunicazione. Da un lato con internet è più semplice, dall’altro è più facile anche isolarsi dalla realtà, restare quindi soli.”

Luis Quiles sulla comunicazione contemporanea, in un’intervista pubblicata su Il Fatto Quotidiano.

Il disegnatore citato, di origine spagnola, è l’artefice delle immagini che trovate in testa a questo articolo. La maggior parte dei suoi disegni sono disponibili sulla sua pagina Facebook e sul suo profilo su Deviantart.
In questi giorni Luis Quiles si trova al Lucca Comics & Games, una delle più grandi fiere internazionali dedicate a fumetti e videogiochi. L’artista è specializzato in fumetti sarcastici. Attraverso le sue illustrazioni affronta temi quali i social networks, la religione, il traffico di minori, il sessismo, l’omofobia e la censura. I suoi disegni, controversi sotto molti aspetti, cercano evidentemente di disturbare e provocare chiunque vi entri a contatto. L’obiettivo dell’artista è quello di metterci nelle condizioni di aprire gli occhi di fronte a questioni sociali ormai diventate comunemente accettate (o ignorate).

Sono in crescita (e sempre più seguiti) gli artisti che utilizzano i social network per far rimbalzare messaggi di denuncia sociale. Un altro esempio di rilievo è il polacco trentanovenne Pawel Kuczynski. L’arte e la denuncia sociale non sono più così di nicchia. Questo è vero online, come “offline”: basti vedere il numero crescente di città che stanno autorizzando le opere di street art di geni come Bansky.
Molto spesso, i social media, canali ben utilizzati (a volte combattendo contro la censura) da questi disegnatori, sono l’argomento stesso della denuncia sociale. Il canale, di per se, può essere criticato per le politiche applicate nella gestione della privacy e dei contenuti pubblicati dagli utenti. Altre critiche vengono rivolte, poi, a noi stessi, e all’utilizzo che facciamo degli strumenti che abbiamo a disposizione. Se da un lato è vero che è il modo in cui vengono utilizzati i media che ne determina il valore, dall’altro non bisogna dimenticarsi che i canali che utilizziamo sono di proprietà di aziende. In quanto frutto di scelte ben precise, la loro fruizione è inevitabilmente condizionata dai valori di fondo che il social network stesso vuole incarnare.

Come Luis Quiles ha sottolineato, il nostro modo di comunicare è cambiato. A suon di retweet e di commenti, di like e di indignazioni, utilizzando lo stesso media che è allo stesso tempo oggetto e megafono della propria indignazione, si punta a raggiungere gli obiettivi tipici delle denunce sociali. Rumore e consapevolezza, riflessione collettiva e mobilitazione. Sembra questa la strada intrapresa da Luis e gli altri artisti, che danno un colpo al cerchio e uno alla botte, per non scontentare nessuno (o per scontentare tutti).

Ma servirà a qualcosa? Prendiamo ad esempio il disegno che ritrae il bambino africano malnutrito che ringrazia ironicamente per avergli risolto i problemi apprezzando la sua foto. Sarà veramente diverso mettere il like sul disegno dal metterlo sulla foto del bambino? Probabilmente, l’effetto provocato nel singolo, non sarà tanto diverso da quello ottenuto vedendo l’opera in un angolo di un piccolo museo. La vera differenza sta nella quantità di persone raggiunte. Certo, si può obiettare che comunicando a tutti c’è il rischio di comunicare anche a tante persone che non colgano il messaggio o lo interpretino male. Ma sparando nel mucchio, si sa, aumenta la possibilità di colpire qualcuno.

Ben venga (a mio avviso) qualche occasione in più per metterci e mettere in discussione, ai tempi di Facebook.

Condividi
Matteo Cadeddu

27 anni e più di 400 chilometri di trekking nelle gambe. Camminare serve a creare idee e relazioni. La comunicazione serve a connetterle.


Lascia un commento