Pensioni: ecco le proposte INPS bocciate dal governo

Luigi Conenna
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Fonte immagine: Flickr

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Giovedì 5 novembre l’INPS del presidente Tito Boeri ha pubblicato sul proprio sito il rapporto “Non per cassa ma per equità”, una serie di proposte per rimodulare il sistema pensionistico italiano consegnato al governo nel giugno di quest’anno. Cercheremo di riassumere qui i passaggi più rilevanti di questo interessante documento.

Il denominatore comune che lega le proposte è l’intervento ai confini fra assistenza e previdenza per permettere che l’invecchiamento della popolazione italiana sia non solo finanziariamente, ma anche socialmente sostenibile.

In un palcoscenico dove ognuno tira l’acqua al proprio mulino, creando rumore fine a se stesso a cui non seguono le necessarie riforme strutturali, viene spontaneo (perlomeno a chi scrive) applaudire al lavoro di lobby sostenuto da chi le pensioni le eroga, e quindi meglio di tutti conosce la materia. Sicuramente meglio della ministra Fornero che sbagliò i calcoli seminando panico fra i tristemente famosi esodati, ma anche meglio di quel governo di centrosinistra che ha iniziato a fare qualcosa, o almeno a parlarne, solo dopo le raccomandazioni di Bruxelles.

Le proposte sottoscritte da Boeri reagiscono all’aumento di povertà e disoccupazione giovanile, riducono iniquità dovute alla gestione delle pensioni per fini elettorali, abbassano il debito implicito che grava sulle nuove generazioni.

Viene tracciato il cammino per un sistema che riesca ad adattarsi automaticamente all’andamento dell’economia e ai cambiamenti indotti dalle variazioni demografiche.
Il desiderio esternato è di abbattere la povertà riducendola del 50%, unito alla oggi inesistente garanzia di una transizione flessibile dal lavoro al non lavoro, e viceversa.

Abbattere la povertà è il desiderio paventato da più o meno tutti. È un tema da tweet di quelli che vengono chiacchierati dal premier ma non solo. Alle chiacchiere, e con argomentazioni che non stanno in un tweet, provvede a sostituirsi la prima parte dell’articolato di questa proposta normativa.

Gli articoli dall’1 all’8 intervengono per offrire una rete di protezione sociale almeno dai 55 anni in su, primo passo verso l’introduzione di un reddito minimo garantito per costoro. Si presenta la possibilità di erogare un’assegno da 500 € (400 nei prossimi due anni) ad ogni famiglia con almeno un 55enne, con variazioni in base agli altri componenti del nucleo familiare, ai parametri ISEE e ai possedimenti immobiliari.
Da quanto si legge l’erogazione del sussidio è condizionata alla stipula di un patto da parte dei membri del nucleo familiare beneficiario con l’amministrazione che eroga il trasferimento, patto finalizzato all’inserimento lavorativo. Inserimento che vedrebbe l’assegno scendere in maniera graduale, per non scoraggiare l’accettazione di lavori con retribuzione relativamente bassa.

Si sottolinea poi la necessità di separare assistenza e previdenza, superando un vizio d’origine del sistema contributivo che non prevede integrazioni ai minimi pensionistici per chi non ha accumulato contribuzione sufficiente ad ottenere una pensione capace di assestarsi oltre la soglia di povertà. Le risorse per fare ciò si otterrebbero redistribuendo, laddove ad oggi la spesa assistenziale al di sopra dei 65 anni va a dismisura a favore del 30% della popolazione con i redditi più elevati, che beneficia di istituti idealmente destinati alle sole fasce in condizioni di disagio economico.
Per andare in ogni caso incontro a chi viene oggi coperto da queste prestazioni e se ne ritroverebbe poi tagliato fuori, interviene l’art. 9 a proporre una rimodulazione piuttosto che un netto cambiamento.

L’art. 11 poi modifica le norme che riguardano alcuni istituti assistenziali per i soggetti residenti in paesi non UE, prevedendone l’eliminazione. Prestazioni, queste, che ci costano oggi 200 milioni di euro (siamo l’unico Paese a contribuire a spese assistenziali di altri paesi).

La seconda parte della proposta di legge mira ad intervenire in materia di transizione flessibile.
In una situazione che vede stagnazione e calo della domanda di lavoro nel settore privato e blocco delle assunzioni nel settore pubblico, si viene a creare una situazione di conflitto tra giovani ed anziani nell’accesso al mercato del lavoro, che ha come risultato occupazione che cresce per gli over 50 e riduzione delle opportunità per le giovani generazioni.

Nella situazione attuale il blocco di uscite verso il pensionamento causa ritardi nei processi di ristrutturazione delle imprese e mancata rotazione della manodopera nel pubblico impiego.
L’ambizione delle norme proposte mira a superare la “malattia dell’ultima sigaretta”, applicando aggiustamenti tali da non dover più intervenire in futuro, grazie ad una stabilità normativa.

Una delle iniziative da prendere, secondo l’INPS, consiste nell’armonizzare trattamenti in essere tra e fra generazioni, dal momento che permangono forti asimmetrie nei trattamenti previdenziali concessi a diverse categorie di pensionati, differenze non fondate su diversi livelli contributivi. In un sistema a ripartizione, trattamenti di favore per alcune categorie (ad es. i vitalizi parlamentari, vere e proprie pensioni sottratte alle riforme previdenziali degli ultimi 25 anni) si ripercuotono su tutti gli altri contribuenti.
Nel rapporto si legge che la trasparenza su tutte le gestioni speciali serve a cementare il patto intergenerazionale, soprattutto se a questa trasparenza seguono atti di equità.

A tal fine viene chiesto un “contributo equo” a chi percepisce assegni pensionistici medio-alti (dai 3500 € in su). L’armonizzazione delle pensioni proposta sarebbe tale da renderle sufficienti a garantire una vita dignitosa senza comportare l’intervento dell’assistenza sociale. Si tratterebbe di una flessibilità sostenibile, che non grava sulle generazioni future, in quanto non porta ad aumentare il debito pensionistico, debito che verrebbe anzi abbassato del 4%, essenzialmente diminuendo gli assegni di chi dovesse andare anticipatamente in pensione.

In un’ottica di equità si muove anche l’art. 14, che propone di unificare le pensioni fra le diverse gestioni con l’obiettivo di avere una sola pensione obbligatoria per ogni individuo, rafforzando così il processo iniziato con il pagamento di tutte le pensioni al primo del mese dal giugno 2015.

A chiusura dell’illustrazione di questa proposta di legge, consultabile per intero qui, resta da rispondere ad una domanda spontanea e giustificata: chi paga?

Presto detto: si tratterebbe di costi limitati a carico di 230.000 famiglie ad alto reddito; 250.000 percettori di pensioni elevate; più di 4000 percettori di vitalizi per cariche elettive; lavoratori con lunghe anzianità contributive che decideranno di andare in pensione anticipatamente.

Chi non lo sa già potrebbe chiedersi come ha reagito il governo alla ricezione di questa proposta di legge. Non bene. Proposta bollata come inattuabile e incoerente con le scelte del governo (min. Poletti). Non solo, c’è anche chi (Cesare Damiano, presidente della Commisione Lavoro della Camera) ha invitato l’INPS ad astenersi da queste iniziative perchè il suo lavoro non consiste nel proporre leggi.

Insomma, pare che forse il governo preferisca la cassa all’equità, o forse non voglia andare i toccare i privilegi di alcuni “fortunati”. Ci sta, per carità. Sono scelte. Ma si tratta di scelte idealmente poco di sinistra, per un partito di maggioranza, il PD, che di ideali di sinistra sembra averne sempre meno. Intanto, da parte di chi scrive, va un plauso a chi ha lavorato per presentare queste proposte. Fra i dipendenti pubblici italiani c’è ancora chi oltre a timbrare il cartellino si mette poi a lavorare.

(I grassetti presenti nel testo sono estrapolati direttamente dal documento originale “Non per cassa ma per equità”)

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Luigi Conenna

Sono nato sul mare. Sono aperto al mondo, senza muri e barriere. Mi piacciono l’armonia e la tranquillità.


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