Padrone di te stesso? Smetti con Facebook

Luigi Conenna
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Fonte immagine: Flickr

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Facebook è diventato, per alcuni, un’estensione della propria vita reale. Quello che riguarda la nostra identità social va ad integrarsi con quello che siamo offline, definendo alcuni nostri tratti identitari.
Quelli che più sono dipendenti (o addicted, attingendo dall’inglese, che significa la stessa cosa ma con un’accezione forse un po’ più adatta al contesto) da questo tipo di comportamento vivono nel limbo fra reale e virtuale, con questi due mondi che sconfinano spesso l’uno nell’altro.
Il risultato di ciò è uno spazio sociale profit, di proprietà cioè di un’azienda che persegue un utile, stracolmo di contenuti che qualche anno fa sarebbero appartenuti alla sfera privata di un individuo. Si baratta la propria privacy con un po’ di visibilità virtuale.
Andrebbe anche bene così, dal momento che a farlo sono persone che decidono liberamente di regalare a Facebook pezzi della propria vita.

Perché questo incipit?
Presto detto. In questi giorni su Facebook gira questo messaggio, copiato e incollato sulle bacheche di alcuni utenti:

“A partire da oggi, X Novembre 2015 alle ore XX,YY ora italiana, non concedo a Facebook (e/o agli enti associati ad esso) il permesso di usare le mie immagini, informazioni o pubblicazioni, sia del passato che del futuro.
Per questa dichiarazione, ricordo a Facebook che è severamente vietato divulgare, copiare, distribuire o intraprendere qualsiasi altra azione contro di me, (in base a questo profilo e/o il suo contenuto).
Questo profilo contiene anche mie informazioni private e riservate. La violazione della privacy può essere punita dalla legge (UCC 1-308-1 1 308-103 e lo statuto di Roma).
Nota: Facebook è ora un’entità pubblica x cui tutti i membri dovrebbero pubblicare una nota come questa sul loro profilo personale.
Se preferisci, puoi copiare e incollare questa versione.
Se non pubblichi questa dichiarazione (almeno una volta), per tacito “silenzio-assenso” permetterai l’uso delle tue foto, così come le informazioni contenute nei tuoi “aggiornamenti di stato” del profilo.
Non condividere!…
Devi copiare e incollare!”

Insomma, prima ci iscriviamo a Facebook sottoscrivendo la cessione di qualsiasi contenuto pubblicato per fini svariati che competono all’azienda, poi reclamiamo la patria potestà sui nostri contenuti. Significativo è il passaggio “Facebook è ora un’entità pubblica”. L’ex azienda di Mark Zuckerberg sarebbe diventata adesso qualcosa di nuovo, una comunità transnazionale dove non c’è padrone. Basterebbe incollare (e non condividere, attenzione!) questa dichiarazione per essere liberi di spiattellarci ai quattro venti restando padroni di noi stessi.
La cosa più triste è che chi dovesse crederci rischia di pensare che da quel momento pubblicare la foto della propria cena esotica sia solo affar proprio. In pratica Facebook visto come una sorta di Onlus. Uno spazio immenso e democratico dove viene meno l’impostazione capitalistica del profitto in favore di un altamente etico e disinteressato scambio di selfie scattati preferibilmente in bagno, fotografie di coloratissimi sushi e pareri senza basi accademiche su cosa succede vaccinandosi.

Tutto tanto bello quanto falso.

Facebook Inc. è un’azienda che genera (tanto) profitto, e chi ci si iscrive decide incondizionatamente di cedergli ciò che lo riguarda, per essere profilato il più possibile. Il motivo è uno e si chiama pubblicità. Il motivo nel motivo è anch’esso uno e si chiama denaro.
Non ci sono autocertificazioni che tengano. La soluzione sta nel tirarsene fuori (ebbene sì, essere iscritti a Facebook non è obbligatorio) o nel rinforzare le impostazioni sulla privacy (se proprio non si può fare a meno di postare le proprie foto e opinioni).

Sarebbe bene, a volte, che a diventare virale sia la realtà dei fatti, anziché le bufale.

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Luigi Conenna

Sono nato sul mare. Sono aperto al mondo, senza muri e barriere. Mi piacciono l’armonia e la tranquillità.


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