Poletti, il Tempo e i Risultati

Luigi Conenna
Poletti
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I tempi cambiano, si sa. Il passare del tempo può far cambiare alcune cose date inizialmente per immutabili, e agli uomini è richiesta una buona capacità di interpretazione e adattamento per affrontare tali cambiamenti. Nel corso di questa settimana il Ministro Giuliano Poletti (Lavoro e Politiche Sociali) ha insistito su un nuovo inquadramento del concetto stesso di tempo, in ambito lavorativo e accademico.

I concetti espressi in merito sono stai due. Il primo: bisogna laurearsi in fretta, seppur a discapito dei risultati. Il secondo: la remunerazione dell’ora-lavoro è qualcosa di vetusto che andrebbe superato.

Il lavoro è sempre più risultato“, dice, e “prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico” (mi metto nei panni di un/a 28enne in attesa di discutere la tesi di laurea grazie alla quale porterà a casa un meritato 110 e lode, forza e coraggio che da qualche parte del mondo vi servirà).

Guardando a queste dichiarazioni come fossero un tutt’uno ci si sente traslasti in una nuova era, quella del performare. La crisi è sempre qui in agguato, il futuro resta incerto, e noi per riuscire a salvarci dobbiamo correre.

Sul ministro sono piovute le critiche dei sindacati e le ironie di chi, forse anche con un filo di ragione, si chiede come possa un perito agrario discernere di università senza averla mai frequentata. Ma, al netto di questi punti di vista, potrebbe essere utile farci su una piccola riflessione.

Immaginiamo che Poletti abbia ragione.

Diciamocelo, lo sappiamo già che passare dall’università al mondo del lavoro dopo i 28 anni può essere difficoltoso, soprattutto per alcuni profili. È un’età in cui per accedere a uno stage (poco) retribuito bisogna avere già tanta fortuna. Perché oggi, già prima delle parole di Poletti, vince chi arriva prima bruciando gli altri sul tempo.

Si instaura così un meccanismo competitivo, dove per vincere bisogna performare. Sono passati i tempi del “chi va piano va lontano”, adesso per andare lontano bisogna correre, e poco male se correndo si lascia qualcosa per strada. L’università è la fabbrica del sapere, e per essere otimizzata in chiave capitalistica dovrebbe ridurre i tempi di produzione. Non facciamoci un cruccio se qualche pezzo dovesse venire fuori “difettato”.

Questo purtroppo lo si sapeva già, il Ministro del Lavoro l’ha suggellato con le sue parole.

Passando al capitolo retribuzioni, anche qui Poletti non fa altro che leggere il trend. Abbiamo la tecnologia e ci addentriamo nella rivoluzione digitale, o più probabilmente vi siamo già entrati. Cambiano gli strumenti e i processi, come può il meccanismo retributivo restare uguale a prima? Anche qui, lasciamo perdere il tempo e guardiamo ai risultati, a quello che l’opera del lavoratore apporta all’impresa. Meno attenzione alle ore-lavoro significherebbe contratti nazionali più bassi, ma poco male: è il futuro, rassegniamoci.

Anche ponendo il caso che Poletti abbia rilasciato dichiarazioni corrispondenti al vero, però, sorge una domanda: può un perito agrario, che di lavoro fa il politico dall’età di 25 anni, sparare sentenze su università e stipendi? Sicuramente sì, è pur sempre un Ministro della Repubblica.

Quello che però mi sento di far notare è che questo non è il modo migliore per avvicinare i cittadini alle istituzioni. Nessuno chiede che vengano raccontate favole, però sarebbe bello se dall’alto giungessero meno sentenze e più “visioni” capaci di motivare tutti alla costruzione di un domani che sia il migliore possibile. A partire da chi ha 28 anni e sta per laurearsi con 110 e lode.

Tempo al tempo.

 

Fonte immagine: Flickr

 

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Luigi Conenna

Sono nato sul mare. Sono aperto al mondo, senza muri e barriere. Mi piacciono l’armonia e la tranquillità.


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