Quel pasticciaccio del diritto all’oblio

Redazione CP
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Torna prepotentemente il tema della web reputation. Proprio in questi giorni uno studio ha stabilito che i colloqui di lavoro vanno male a causa della cattiva reputazione che ci creiamo on line, in particolare proprio su facebook. Il mondo di internet ha ispirato moltissime nuove parole, ma nel caso di web reputation, a ben vedere non si tratta solo di una nuova terminologia, ma della nascita di un luogo … certo virtuale, ma che conta come se fosse reale e nel quale noi esistiamo ed esisteremo, forse, eternamente almeno fin quando non verrà imposto, per davvero, un diritto all’oblio.
Quando si cita il diritto all’oblio, inevitabilmente, si pensa alla famosa sentenza Google Spain della Corte di Giustizia europea, la quale ha aperto alla possibilità del singolo di chiedere ai motori di ricerca che venga rimosso il link della notizia, quando essa veicoli informazioni non adatte, irrilevanti o comunque non più rilevanti. In poche parole, anche se una notizia è vera, si può ottenere che venga de – indicizzata, qualora sia passato un notevole lasso di tempo e la notizia risulti appunto obsoleta.
Dunque il gioco sembrerebbe fatto, ma in realtà non lo è. Primo perché la sentenza “punisce” il motore di ricerca, che è però solo il medium (peraltro caricato di una responsabilità immane), e non il produttore di quella notizia, la quale comunque continuerà ad esistere negli archivi dei giornali, ad esempio, e quindi non sparirà dalla memoria eterna del web. E due perché tale pronuncia ha dato il la ad una serie di richieste irricevibili, soprattutto perché, erroneamente, è stata recepita come l’attribuzione al titolare dei dati, del potere assoluto di gestione degli stessi. La questione è complessa ed è facile impelagarsi senza trovare il bandolo della matassa, così come scivolare nella facile credenza che il diritto all’oblio abbia qualcosa a che vedere con la diffamazione.
Certo, a chi non piacerebbe avere un controllo totale sulla propria immagine on line, ma il problema, come sempre accade, è il contemperamento di più diritti in gioco: diritto alla riservatezza da una parte e diritto di cronaca e libertà d’espressione dall’altra!
Ad oggi, né a livello nazionale né europeo, esiste un generalizzato e codificato diritto all’oblio, perciò appare interessante, in questo contesto dominato dal vuoto normativo, una proposta contenuta nel libro “Internet e la tutela della persona. Il caso del motore di ricerca” curato da Franco Pizzetti, ex Garante per la protezione dei dati personali. L’idea è quella di andare oltre i limiti del diritto all’oblio con “15 millimetri di rettifica on line”, ovvero garantire a ciascuno la possibilità di rendere nota, in 15 millimetri di spazio sul web, la propria verità, con pari efficacia della notizia lesiva in questione. È sicuramente una proposta che in attesa di una legislazione potrebbe agire da salvaguardia, ma è comunque rischioso perché un abuso della rettifica, può condurre ad una falsificazione della realtà e in ogni caso modificare le notizie in base alle proprie esigenze potrebbe non essere una soluzione eticamente corretta. È importante richiamare l’attenzione, ancora una volta, su due diritti entrambi costituzionali : bisogna stare attenti al mettere vincoli sul web e non ledere una corretta applicazione dell’articolo 21 e dunque alla libertà di espressione, e contestualmente è fondamentale che venga garantito il diritto al cittadino ad essere informato, mediante informazioni che rispettino il principio della verità. Ma per fare questo è opportuno, innanzitutto, non far confusione fra il diritto all’oblio e la diffamazione che riguarda la pubblicazione di dati falsi – peraltro già punibile -, mentre l’oblio a che fare spesso con notizie vere, ma magari non più rilevanti e che vorremmo sparissero dal web per sempre.
La tutela dell’immagine personale, a parer di chi scrive, non può usarsi come baluardo per invocare la censura. Non è forse eccessivo accanirsi nel rivendicare a tutti i costi questo diritto, dimenticando che noi stessi siamo incapaci di custodire memoria infinita?! Forse la risposta è che il diritto all’oblio non è poi così necessario, soprattutto se per conquistarlo dovremmo rinunciare alla memoria collettiva e al diritto di sapere, e forse dovremmo smetterla di sfumare quel confine, già assai troppo labile, tra privacy e diffamazione.

 

Antonella Tauro

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