Un manifesto per reinventare il fundraising

Matteo Cadeddu
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L’11 dicembre 2015 è stato presentato a Roma, un manifesto volto a sensibilizzare i professionisti, le istituzioni e le organizzazioni sulle strategie per migliorare il sistema del fundraising in Italia. La Scuola di Roma Fund-raising.it, a dieci anni dalla sua fondazione, ha lanciato con il patrocinio di ASSIF (Associazione Italiana Fundraising) un dibattito pubblico per la produzione di questo documento.

Più di 800 professionisti, nell’arco di due anni, sono stati coinvolti nella redazione di una serie di suggerimenti raccolti sotto 9 principi generali:

  1. Liberare il fundraising dagli ostacoli di natura giuridica, fiscale, amministrativa e burocratica;
  2. Stabilire criteri di valutazione sull’efficacia ed efficienza del fundraising;
  3. Investire sul fundraising affinché́ abbia un ruolo strategico per il Paese;
  4. Tutelare concretamente i diritti del donatore;
  5. Garantire una comunicazione e informazione corretta, accessibile e pluralista;
  6. Promuovere e diffondere una nuova cultura della donazione (parole chiave: educare, abituare, condividere, attivare);
  7. Potenziare la ricerca sul fundraising per permettere agli operatori e ai donatori l’accesso a dati e conoscenze su donazioni e mercati della raccolta fondi;
  8. Stabilire un adeguato sistema di controllo della qualità e del rispetto delle regole per garantire una competizione leale e trasparente;
  9. Valorizzare la dimensione locale e il radicamento territoriale del non profit e dei beni comuni.

Trasparenza, agevolazioni, regole, formazione, relazione.

Queste, le parole che ho scelto per ripercorrere il manifesto.

La trasparenza è fondamentale per avvicinare i donatori: è necessario che si sappia come verranno impiegate le risorse raccolte e quanta parte di queste servirà per coprire altri costi. Per esempio, permettere il trasferimento dei dati anagrafici del contribuente che ha destinato il X per mille (e ha acconsentito al trattamento dei dati) può consentire un’adeguata informazione.

Le agevolazioni (fiscali o burocratiche) sono considerate un buono strumento per favorire e velocizzare le raccolte fondi. Ma bisogna stare attenti a non rovinare il mercato. Nel manifesto viene proposto di rendere possibile le attività di tipo commerciale da parte di organizzazioni non profit, senza parlare di limitazioni sulla frequenza dell’azione. Soluzioni di questo tipo potrebbero danneggiare piccole imprese che lavorano nello stesso settore, e che non beneficiano delle stesse agevolazioni fiscali delle non profit. Sono invece a favore delle tariffe agevolate per l’utilizzo dei servizi di comunicazione per attività di raccolta fondi. Buona, poi, l’idea di copiare il Regno Unito nel consentire ai dipendenti di destinare una parte della busta paga a un’organizzazione beneficiaria.

Le regole che vanno stabilite riguardano, tra le altre, la definizione di indicatori sulle performance delle organizzazioni non profit. Fino ad arrivare all’istituzione di un’autorità garante, che permetta di ottimizzare le risorse verso i più meritevoli e sanzionare chi non rispetta le regole. Sul modello del Social Innovation Fund USA si potrebbero mettere insieme fondi pubblici e fondi privati filantropici da destinare a progetti nel terzo settore vincolati a determinati standard. Tra le necessità viene annoverato un profilo etico dei messaggi di raccolta fondi: la comunicazione deve essere trasparente, non ingannevole e bilanciata tra contenuti emozionali e dati oggettivi.

La formazione è un campo su cui è sempre necessario investire, ma è anche estremamente facile disperdere le risorse. Non sono sicuro, per esempio, che l’istituzione di un fondo per la formazione base al fundraising possa avere un buon trade-off costi/benefici. Un punto su cui sono molto d’accordo con gli autori è invece la necessità di smontare la comune opinione che sia un male impiegare i soldi delle donazioni per ottenere altre risorse: senza i tanto criticati fondi che Unicef ha investito in comunicazione, difficilmente avrebbe raggiunto l’impatto ottenuto finora.

Quando si parla di relazione, uno dei miei interventi preferiti è quello di favorire la creazione di reti territoriali tra soggetti impegnati nei medesimi ambiti territoriali e tematici: permette di ottimizzare le risorse sulla formazione, di aumentare la qualità del fundraising e di avere un peso maggiore. Ma la relazione più importante è quella tra organizzazione e donatore. In un Mondo che viaggia verso la sharing economy non è possibile continuare a pensare al donatore come un soggetto da spremere ad intermittenza: il coinvolgimento e la relazione aiutano a produrre un impatto reale e può servire da traino per nuove iniziative.

Attendendo la Riforma del Terzo Settore, il cosiddetto Civil Act che di cui si parla da un po’ di tempo, mi auguro che il maggior numero possibile di professionisti acceda al Manifesto e si interroghi su quali siano i passi da fare per una crescita consapevole di questo settore, in un Paese che ha il vantaggio di una tradizione consolidata di generosità.

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Matteo Cadeddu

27 anni e più di 400 chilometri di trekking nelle gambe. Camminare serve a creare idee e relazioni. La comunicazione serve a connetterle.


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