Open Data pubblici: quando i numeri generano opportunità

Manuela Mondello
OPEN DATA
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Nel nostro quotidiano esistono anche loro: gli Open Data. Ogni giorno raccogliamo e produciamo una vasta gamma di dati diversi perché molte delle nostre attività avvengono con l’ausilio delle piattaforme digitali, in uno spazio ormai ibrido, in cui contemporaneamente siamo offline e online. Tanti dati che producono numeri, registrati da smartphone, computer, carta di credito, utilizzati per acquisti su Internet, per conversare via chat, per recensire un prodotto o cercare sulla mappa un indirizzo. Tutte cose che accadono quotidianamente. Oggi Internet permette di registrare, raccogliere e analizzare enormi quantità di dati. Luca Tremolada su NòvaEdu – inserto speciale de Il Sole 24 Ore – afferma che “per la prima volta nella storia dell’uomo, anche gli essere umani sono diventati misurabili”. E tutti i settori della società stanno per essere attraversati da una rivoluzione digitale che moltiplicherà le connessioni.

Ma torniamo un attimo al punto di partenza: gli Open Data. Cosa sono? Secondo l’organizzazione non profit Open Knowledge Foundation si definisce dato aperto “un dato che può essere liberamente acceduto, utilizzato, modificato e condiviso da chiunque e per qualunque scopo, soggetto al massimo ai requisiti di provenienza (richiesta di attribuzione) e apertura (condivisione allo stesso modo)”. È l’articolo 68 del Codice dell’Amministrazione Digitale a dire che un dato aperto è da intendersi un dato pubblico.

Tutto è registrato, tutto genera dati che possono produrre conoscenza. E in che modo possono essere sfruttati? Qualche esempio: uno fra tutti la geolocalizzazione, l’identificazione della posizione geografica di un utente. Basti pensare a Foursquare, il social network che per primo, sfruttando la connessione GPS, ha permesso agli utenti di dire in ogni istante attraverso l’aspetto ludico del check-in, in che luogo d’interesse, locale o negozio si trovino. Conoscere gli spostamenti delle persone o le ricerche effettuate su Google sono tutti elementi che, analizzati, ci permettono di avere molte informazioni su bisogni, preferenze e abitudini delle persone. Dati che aggregati ed elaborati possono aiutare a progettare i servizi per i cittadini o possono aiutare le aziende a personalizzare i prodotti e declinarli per i diversi target.

Oggi queste possibilità sono reali. Sono i fatti e i comportamenti registrati nello svolgimento della nostra vita quotidiana a dirci di più di qualsiasi costosa indagine di mercato. Ecco perché risulta determinante la gestione degli open data nel settore pubblico. Per i trasporti, la sanità e la politica gli open data rappresentano già un’opportunità di crescita e condivisione. La dottrina dell’Open Government, secondo cui la pubblica amministrazione dovrebbe essere aperta ai cittadini, in termini di trasparenza, accesso e partecipazione ai processi decisionali, vede negli Open Data l’elemento centrale delle strategie di E-goverment. Una spinta all’affermarsi del movimento Open Data in ambito governativo è attribuibile al Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che nel 2009 ha promulgato la Direttiva sull’Open Government secondo cui “fin dove possibile e sottostando alle sole restrizioni valide, le agenzie devono pubblicare le informazioni on line utilizzando un formato aperto (open) che possa cioè essere recuperato, soggetto ad azioni di download, indicizzato e ricercato attraverso le applicazioni di ricerca web più comunemente utilizzate. Per formato open si intende un formato indipendente rispetto alla piattaforma, leggibile dall’elaboratore e reso disponibile al pubblico senza che sia impedito il riuso dell’informazione veicolata”. Quando tre anni più tardi lo stesso Obama vinse per la seconda volta le elezioni a presidente degli Stati Uniti, quell’occasione rese tangibile il valore dei dati. Gli spin doctor del presidente, grazie ai dati, riuscirono a raccogliere informazioni sui singoli elettori, con una strategia che mirò a colpire gli indecisi.

In Italia il tema degli Open Data incontra diverse resistenze e ostacoli nel riuscire a garantire una reale partecipazione dei cittadini alle decisioni di pubblico interesse. Ancora oggi molte, troppe pubbliche amministrazioni, per un mix di barriere culturali e carenze organizzative, mostrano reticenza di fronte alla possibilità di diffondere il proprio patrimonio informativo o incontrano difficoltà oggettive nella gestione. Spesso il reale problema è la mancanza di professionalità: qualcuno che sappia raccoglierli, gestirli, trasformarli e diffonderli. Affinché i dati siano davvero “open” non basta che siano online ma occorre soprattutto che siano corretti, verificati, leggibili, utili e affidabili.

Un processo che manca ancora di una cultura diffusa riguardo all’importanza dei dati per favorire una maggiore trasparenza dell’agire amministrativo. E non basta che i dati pubblici siano sul web, ci vorrebbe anche un comunicatore pubblico che lo dica al mondo. Così, tanto per dire!

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Manuela Mondello

Blogger, social media & web content editor, creativa, curiosa e appassionata di politica. Detesto la banalità e mi prendo cura di osservare (o almeno ci provo).


2 Comments

  1. Stelio Pagnotta

    Articolo molto interessante per temi e per contenuti che condivido in pieno.
    Però per quanto (sicuramente) in Italia siamo ancora abbastanza indietro, negli ultimi anni ci sono stati molti passi avanti (non a caso nell’ultimo anno nella classifica stilata siamo risaliti di 8 posizioni). Tanto c’è da fare ma tanto – se si considera la situazione di partenza – è stato fatto: pensate alle linee guida per la valorizzazione del patrimonio informativo pubblico emesse nel 2014, oppure a una serie di siti tematici andati online nell’ultimo anno come openexpo, opencantieri o soldipubblici che contengono e aggregano dati aperti, e che si stanno notevolmente sviluppando.
    (soldipubblici che aggrega spese delle amministrazioni pubbliche ad esempio è menzionato proprio nella nel Global Open Data Index)
    Quindi sicuramente siamo dietro e sicuramente poi molto spesso nella pratica mettere in atto ‘le belle parole’ non è semplice, ma anche sottolineare i passi avanti fatti è importante, perchè di passi avanti ne sono stati fatti molti.

  2. Comunicatore Pubblico

    Grazie per il commento e per gli spunti interessanti. Abbiamo scelto di inquadrare il tema con l’intenzione di approfondire in un secondo momento il lavoro che le pubbliche amministrazioni stanno compiendo. In pochi conoscono la materia e le potenzialità che ha, per questo non ci siamo soffermati sul contributo delle PA, che merita sicuramente un’attenzione diversa. E’ nei nostri intenti andare avanti ;) grazie per i preziosi consigli

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