Open Data: dalle parole ai fatti, in Italia a che punto siamo?

Stelio Pagnotta
Open_Data
Condividi

Qualche settimana fa abbiamo provato a raccontarvi cosa sono gli Open Data e quali e quante opportunità può generare il loro utilizzo negli ambiti più disparati. I dati aperti rappresentano una straordinaria occasione le cui potenzialità, molto probabilmente, non sono ancora state comprese fino in fondo nel nostro Paese, anche se dalle recenti esperienze risulta evidente una netta inversione di tendenza.

Ricostruire l’attuale situazione del nostro paese è tutt’altro che semplice: In Italia, infatti, si è iniziato a parlare di Open Data, con ritardo rispetto al resto d’Europa, soltanto alcuni anni fa soprattutto grazie alla forte spinta di associazioni e gruppi pionieristici che nel tempo hanno dato vita ad una serie di progetti e di portali tematici alimentando il dibattito intorno ai dati aperti. “Spaghetti Open Data” rappresenta, ad esempio, la più grande comunità open data italiana in grado di creare prodotti di grande valore: è il caso di “Confiscati Beni” un progetto partecipativo per favorire la trasparenza, il riuso e la valorizzazione dei beni confiscati alle mafie, attraverso la raccolta, l’analisi dei dati e il monitoraggio dei beni stessi.

La spinta arrivata da associazioni e gruppi di sperimentatori (altro esempio è quello di “Openpolis”) convinti che le esperienze accumulate negli altri paesi potessero essere un’importante occasione per sostenere la cultura della trasparenza e della partecipazione ha prodotto i primi effetti su scala territoriale e regionale. Nell’ormai lontano 2010 la regione Piemonte è stata la prima amministrazione italiana a “liberare” i propri dati e ha fatto da apripista per tutta una serie di enti locali, province e comuni. Oggi tutte le regioni italiane rilasciano dati aperti. Tuttavia se alcune esperienze risultano particolarmente incoraggianti per altre regioni, come la Campania, il Lazio o la Sicilia, gli open data sono stati frutto soltanto di una sporadica attività di comunicazione.

Le esperienze locali e territoriali sono state poi riprese anche a livello nazionale. Nell’ottobre del 2011 è stato presentato il portale dati.gov.it, che raccoglie dati aperti rilasciati dalla Pubblica amministrazione italiana. Rinnovato e riorganizzato nel mese di giugno 2015, oggi contiene 10348 dataset statistici, di spesa, elettorali, sociali e geografici prodotti da 76 amministrazioni italiane. Accanto a dati.gov.it che rappresenta una sorta di raccoglitore sono stati creati una serie di portali tematici come “OpenExpo”, “Italia Sicura” e “Open Cantieri” “Dati Camera”. Interessante l’esperienza di “Soldipubblici” che raccoglie le spese delle amministrazioni locali (da questo novembre sono in progressiva implementazione anche quelle delle amministrazioni centrali): i dati contenuti nel portale sono quelli elaborati dal sistema SIOPE, ma sono organizzati in modo da renderli facilmente comprensibili a tutti. Sempre più spesso infatti la pubblicazione di dati è accompagnata dalla realizzazione di strumenti di visualizzazione in grado di permettere a chiunque di consultarli in maniera intuitiva.

Dei diversi dataset pubblicati in formato Open la maggior parte riguarda temi legati ai trend della popolazione e fenomeni ambientali, seguiti poi da dati territoriali, cartografie e statistiche demografiche.

Anche da un punto di vista normativo e giuridico in Italia sono stati fatti grandi passi avanti: il Codice dell’Amministrazione Digitale (di cui è stata approvata una nuova versione dal Consiglio dei ministri del 20 gennaio 2016) fornisce la definizione normativa di riferimento, all’Agenzia per l’Italia Digitale sono invece demandati i documenti di indirizzo. AgID nello specifico ha predisposto “L’Agenda nazionale” con la strategia di valorizzazione del patrimonio pubblico e le linee guida a supporto delle amministrazioni definendo i principali interventi da compiere. L’Agenzia per l’Italia Digitale ha inoltre reso disponibile online il Catalogo nazionale dei dati della pubblica amministrazione strumento che permetterà alle singole amministrazioni di caricare e aggiornare autonomamente i propri dataset. L’accesso al catalogo, per le funzioni di ricerca, consultazione e download, è pubblico e gratuito per tutti; saranno invece riservate alle amministrazioni le funzioni di alimentazione e aggiornamento del catalogo.

Nel contesto internazionale l’Italia ha aderito all’Open Governement Partnership e lo scorso ottobre è stata tra i primi paesi a sposare la “Carta internazionale degli Open Data”, documento che raccoglie una serie di principi per favorire l’accessibilità, la comparabilità e l’utilità dei dati aperti a livello mondiale. Numeri e iniziative incoraggianti, grazie alle quali l’Italia nel 2015 ha guadagnato 8 posizioni nel Global Open Data Index, ma ancora non sufficienti. Ancora troppo spesso infatti ci si limita al rilascio di portali che contengono dati difficili da comprendere e da sfruttare; ancora troppo spesso il rilascio e la pubblicazione dei dati stessi è avvertito unicamente come un onere da parte delle pubbliche amministrazioni; ancora troppo pochi sono i cittadini consapevoli di quanto dati aperti possano essere importanti. E’ necessario quindi un ulteriore salto in avanti, è necessario acquisire la consapevolezza che gli open data oltre ad essere uno strumento di trasparenza possono rappresentare il punto di partenza per creare valore economico, sociale e culturale attraverso la creazione di servizi utili ai cittadini anche e soprattutto da parte dei cittadini stessi.

Condividi
Stelio Pagnotta

Curioso all’inverosimile, intraprendente forse non abbastanza, tendenzialmente inquieto. Leggevo molto, poi ho scoperto le Serie TV. Comunicazione pubblica intesa come raccordo tra società e istituzioni.


Lascia un commento