Referendum costituzionale: Renzi cambia registro?

Redazione CP
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L’ultimo sondaggio Demopolis ( 29 aprile) fotografa l’intenzione di quasi un italiano su due (47%) a volersi recare alle urne il prossimo referendum costituzionale.
Il 40% propende per l’astensione, mentre il 13% dichiara di doverci ancora pensare.

Percentuali abbastanza apprezzabili in termini di partecipazione agli strumenti di democrazia, soprattutto se paragonate a quelle deprimenti dello scorso 17 aprile. Il referendum sulle concessioni alle trivelle, infatti, si è rivelato un autentico flop: ad eccezione della regione Basilicata, infatti, nel resto d’Italia la partecipazione ha sfiorato appena il 32%, ben lontana dal quorum del 50% più uno, richiesto perché la consultazione fosse valida.
In seguito alla vicenda Guidi che ha travolto il Governo, in molti si aspettavano crescesse la sensibilità sul tema, anche perché il referendum era stato eletto a banco di prova per la leadership di Matteo Renzi.

“Inutile”, “costoso”, addirittura “una bufala”, così lo aveva definito il Presidente del Consiglio.
Lo strumento del referendum, di fatto, ha rappresentato spesso lo spauracchio di chi regge le redini del Governo:  famosi i proclami all’astensione, con annessi inviti ad andare al mare, di cui è spesso complice la bella stagione. Si ricorderà la celebre frase di Bettino Craxi “Domenica andate al mare”, in occasione del referendum Segni, e come dimenticare il più recente su nucleare e acqua pubblica, in occasione del quale Silvio Berlusconi invitò appassionatamente gli italiani all’astensione.

Che Matteo Renzi abbia ricalcato le orme dei suoi predecessori?
Sebbene l’incipit della storia sia il medesimo, di certo non si può dire lo stesso del finale: impietoso per i boicottaggi tentati da Berlusconi e Craxi, vincente per l’ex sindaco di Firenze.
Addirittura nel ‘91 la partecipazione degli italiani al referendum fu storica, si raggiunse  il picco del 65% e, diciamoci pure che, né a Craxi e né a Berlusconi, l’invitare all’estensione portò di gran lunga bene, visto che nel giro di poco più di anno, il primo fu travolto dalle inchieste giudiziarie di Tangentopoli e il secondo conobbe (quasi) il suo tramonto politico.

Che gli italiani si siano lasciati persuadere dalle parole del Presidente del Consiglio che paventava la perdita di migliaia posti di lavoro o che semplicemente abbiano preferito il mare alle grigie urne di città, il giovane rottamatore ne è uscito vincitore ed è pronto a giocarsi la prossima sfida in occasione del referendum di ottobre sulla riforma costituzionale, eletto a verifica del consenso a se stesso e alla sua maggioranza. Renzi ha infatti dichiarato che in caso di vittoria del “no” si dimetterà dall’incarico di Presidente del Consiglio, trasformando il referendum costituzionale in un plebiscito sulla sua testa.

Con molta probabilità c’è da aspettarsi che metta in scena una retorica del tutto opposta da quella sull’astensione cui abbiamo assistito nei mesi precedenti e che stavolta il buon Renzi rispetterà le regole della comunicazione, e non solo, ricordandoci quanto sia importante andare a votare e votare sì.

Che abbia meno paura adesso? Una cosa è certa, la variabile quorum non giocherà nessuna partita visto che per i referendum costituzionali, a differenza che per quelli abrogativi, non è prevista una soglia minima di partecipazione e dunque sarà la semplice maggioranza dei sì o dei no a decretare il risultato.

 

Antonella Tauro

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