Su Augias, Fortuna, omertà, populismo e femminismo

Elisa Nicolaci
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“Dopo due anni di indagini caratterizzate da omertà, da silenzio omertoso degli adulti, viene la svolta con le dichiarazioni, con le confessioni, con le testimonianze dei bambini”. Giovanni Floris apre così il dialogo con Corrado Augias (scrittore e conduttore televisivo) nella puntata del 3 maggio di Dimartedì, in onda su La7. Fulcro della discussione è l’omicidio di Fortuna Loffredo, la bambina di 6 anni stuprata e uccisa nel 2014 a Caivano, nella città metropolitana di Napoli. Scenario del delitto è Parco Verde, zona in cui spaccio, delinquenza e persino pedofilia sono all’ordine del giorno, anche quando coinvolgono genitori che abusano sessualmente dei figli minorenni. Tutti sanno, eppure nessuno parla. Solo i bambini, alcuni, piano piano cominciano a raccontare la verità.

L’analisi di questo ambiente che fa Augias passa anche per una foto, quella della mamma di Fortuna, seduta sul divano di casa, con in mano uno scatto della piccola (intorno a lei si scorgono altre foto di Fortuna). Questo il commento dello scrittore: “Di questa foto, che questa povera madre mostra, mi ha fatto impressione il contrasto che c’è tra lo sfondo, credo che quella statuina dorata sia Padre Pio, e questa bambina che aveva 5, 6 anni. La guardi bene, guardi com’era atteggiata, e come era pettinata e come sono i boccoli che cadono… Questa qui è una bambina che a 5, 6 anni si atteggia come se ne avesse 16, 18. Questo stridore… questa povera madre, per carità, tutta la pietà… ma c’è questo stridore che mi fa capire che anche lì si erano un po’ persi i punti di riferimento”.
Sono bastate queste poche parole per far partire una pioggia di commenti negativi,  insulti e poi interi articoli contro il commento di Augias, accusato di aver giustificato lo stupro di una bambina suggerendo che sia stata proprio la piccola a stuzzicarlo con il suo atteggiamento e il suo aspetto.

A questo punto, io mi domando e chiedo: ma le persone che si sono espresse con tanta asprezza su Augias hanno prima ascoltato l’intera intervista? Dura pochi minuti, pochissimi. Non comporta sforzi nemmeno per i più pigri e le più pigre. E sarebbe davvero necessario, imprescindibile, prima di sentenziare che Augias giustifica la cultura dello stupro e della colpevolizzazione dello vittima. Perché no, non è così. Perché questa è una lettura “epidermica” (come lui stesso la definisce) della situazione. Perché non basta che qualcuno pronunci un paio di parole chiave in ordine misto per urlare allo scandalo, né se a urlare sono giornali e giornalisti, né se a urlare sono “rampanti blogger femministe” dei nostri giorni, di quelle che possono anche definirsi influencer di una frangia di femminismo dell’ultim’ora.
Stiamo attente, care amiche di ideali: il gioco non è a chi si oppone di più. Non è dicendo di no a tutto che si conquisterà la parità dei sessi; non è rifiutando ogni visione diversa dalla nostra che si otterrà autorevolezza.

Proviamo a pensare un attimo alle foto  di Fortuna che abbiamo visto in questi giorni. Sono poche, due o tre in tutto, ma tutte simili. Lei che sorride a bocca stretta con la testa da un lato e penzolante su un fianco, in una classica posa da modella. Dire questo non vuol dire giustificare la pedofilia. Vuol dire analizzare le immagini e i riferimenti che emergono da queste. Fortuna non era in posa come un’adulta perché a lei piaceva stuzzicare sessualmente gli adulti, non è certo questo quello a cui si pensa a 5 o 6 anni. Fortuna utilizzava quelle pose perché quello era l’esempio di donna che aveva sempre avuto davanti, dalle donne che aveva intorno alle donne che vedeva in TV.
Analizzare un’immagine partendo dal contesto sociale e culturale da cui questa è stata presa è il primo passo per poterla comprendere. Perché allora scandalizzano tanto i commenti di Augias?

Ho letto più volte frasi come “sì, è vero, nel contesto l’analisi è giusta, però certe cose non si dicono a prescindere” oppure “no, non ho visto tutto il video, ma quello che ho visto mi è bastato”. A chi appartiene a questa seconda schiera sento di dire che se si ha il tempo di scrivere post di fuoco su una frase estrapolata a caso allora si possono anche trovare 5 minuti per guardare un video e provare a dare informazioni ed esprimere commenti completi e attendibili. A chi fa parte della prima schiera sento di dire che proprio proibendo di pronunciare alcune parole o concetti si rischia di arrivare all’incomprensione, e l’incomprensione può produrre ignoranza, che a sua volta può produrre proprio quelle cose che non si dicono a prescindere. E l’omertà, facciamo attenzione, è uno dei punti di partenza e perpetuazione delle nefandezze accadute a Caivano.

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Elisa Nicolaci

Comunicatrice, più che comunicatore.
Appassionata e studiosa di comunicazione di genere. Soprattutto.


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