Democratici a confronto: la lezione che arriva dagli States

Pierluigi Schiano Moriello
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Da Lessig a Clinton, passando per Sanders: cosa potrebbe imparare il PD italiano rispetto ai cugini americani? Un confronto sul filo del dibattito pubblico.

 

“Come mai siamo ancora sospesi tra la classe dirigente rottamata da Renzi e il vuoto di personalità nuove? Non siamo stati troppo disobbedienti ma semmai poco eretici. E questo ha impedito a nuovi leader di imporsi: Renzi la sua svolta l’ha fatta, noi ancora no”. Intervistato da “La Stampa” qualche giorno fa, Gianni Cuperlo riassumeva con queste parole la necessità di richiamare in campo una nuova personalità di riferimento, esterna all’apparato del partito, per aggregare in modo costruttivo le energie di rinnovamento rimaste inespresse da parte di chi non si riconosce nell’identità del progetto politico renziano, pur mancando ancora dello slancio necessario per influenzare un ripensamento effettivo dell’azione di governo. Tra i nomi evocati per una riconquista della direzione del partito è stato ventilato anche quello di Bianca Berlinguer, da poco esonerata dalla sua posizione al Tg3. E così la dichiarazione di Cuperlo ha dato il calcio d’inizio ad una conversazione che si è protratta durante i giorni della canicola estiva attraverso le pagine di “Repubblica”. “Nessun Papa straniero nel Pd” – ha ribattuto il filosofo Massimo Cacciari – “Serve piuttosto un disegno complessivo di società, di sistema, e soprattutto un gruppo dirigente con delle idee. Devono cercare una squadra, e farlo in fretta, come si faceva nei vecchi partiti di massa: mettere insieme un gruppo di persone competenti. Finora sono apparsi come quelli della conservazione, al massimo dell’emendamento. Ci sono tante questioni che Renzi neppure affronta, ci dicano cosa vogliono loro”.

Un invito a sviluppare programmi credibili, e niente rocambolesche spedizioni fuori dal recinto degli attuali dirigenti per reclutare una nuova leadership: l’alternativa politica del centro-sinistra va allestita tramite un approccio collegiale, e col ricorso a contenuti propositivi e competenze. Un pensiero condivisibile, tanto che Cuperlo risponde correggendo il tiro: “Quando ci invita a un gioco di squadra Cacciari ha ragione. E quanto al Papa straniero, la mia era una riflessione persino banale. Al di là dei nomi papabili, se si evoca il tema è giusto chiedersi da dove origina. La mia risposta è che serve alzare lo sguardo e unire il campo oltre recinti chiusi. Il centrosinistra migliore è nato così”. Ragionevolmente, l’appello per l’affermazione di una guida inedita si trasforma in una più mite assunzione di responsabilità per la mancanza di autorevolezza delle voci che hanno orchestrato finora il dissenso interno, ponendo l’accento sul rinvigorimento che il partito guadagnerebbe accogliendo nuovamente in sé un più ampio senso di pluralità. “Questo è il momento di una nuova sinistra, nel Pd e fuori da noi” – chiosa infine l’esponente Pd – “In tutta Europa la sinistra è chiamata a ripensare la sua identità e lì servono coraggio e radicalità. Se Hillary vincerà sarà anche perché con Sanders la lotta alle diseguaglianze è tornata centrale”.

Il paragone tra il complesso frangente politico italiano e il quadro risultante dall’ultima Convention democratica negli Stati Uniti ci offre un’occasione interessante, che è quella di commentare la questione dell’insufficienza di credibilità (o di “autorevolezza”, se preferiamo) della minoranza dem nel nostro Paese come un problema squisitamente attinente alla comunicazione politica, prima ancora che alla mancanza di idee, di leader, o di progetti fattivi per un comune disegno riformista. Si tratta di un problema di comunicazione strutturale rispetto al quale gli auspici di un ritorno ai sistemi dei “vecchi partiti di massa”, insieme ai goffi appelli per l’elezione di leadership missionarie e salvifiche, ci mostrano in realtà una condizione piuttosto amara: la nostra è diventata ormai una classe dirigente irrimediabilmente priva di senso dell’orientamento e – potremmo dire, arrivati a questo punto – perfino intellettualmente sterile.

Per i democrats d’oltreoceano il “Papa straniero” arriva circa un anno fa: Lawrence Lessig annuncia la sua intenzione di candidarsi per le primarie del partito il 6 Settembre 2015. Guru del web 2.0, docente di legge ad Harvard e soprattutto fondatore ed amministratore delegato di Creative Commons, per un indipendente prestato alla politica non è solo il profilo di Larry Lessig ad essere originalissimo: lo è ancor di più il suo programma, imperniato sull’attuazione di un ambizioso pacchetto di riforme per ridisegnare il potere che le lobby detengono nello svolgimento delle campagne elettorali, sia nelle elezioni statali che federali, attraverso i grandi finanziamenti privati che sono oltretutto necessari per garantire il successo delle candidature al Congresso. Il denaro dei grandi “donatori” penetra ogni istanza della politica americana a 360 gradi, ed ogni altro problema contro cui le amministrazioni democratiche si troverebbero a creare un fronte comune – dalle restrizioni al commercio di armi, all’investimento nelle rinnovabili e alle riforme del sistema sanitario e universitario – deriva da questo unico, grande peccato originale: bisogna eliminare dalla politica statunitense le ingerenze del cosiddetto “Big Money”, ovvero di quei copiosi flussi di denaro che scorrono in via poco trasparente dalle corporations ai palazzi di potere, pur senza violare espliciti vincoli giuridici, ma costituendo quella che ormai i cittadini percepiscono come una corruzione de facto dell’apparato istituzionale. Tutta la storia personale di Lessig è fatta di battaglie per coltivare e salvaguardare il terreno dei beni comuni nell’epoca digitale. Battendosi per limitare le restrizioni legali sui diritti d’autore e favorire la libera circolazione dei contenuti culturali in rete, Lessig diventa negli anni una figura di spicco del Free Culture Movement, che abbraccia gruppi di pressione a sostegno del software libero e dell’open access; con il sistema di licenze Creative Commons, Lessig elabora l’idea di copyleft (alternativa al concetto di copyright), un modello di gestione dei diritti d’autore semplice e versatile per riutilizzare, diffondere e modificare contenuti creativi nel rispetto di  varie condizioni essenziali stabilite a discrezione del detentore originale dei diritti dell’opera. Dopo aver impugnato importanti battaglie per la protezione della net neutrality, nel 2014 il suo impegno diventa ulteriormente politico: lancia un PAC (Comitato di azione politica) per aiutare i futuri rappresentanti indipendenti del Congresso a finanziare collettivamente le proprie campagne elettorali, affinché si oppongano all’intrusione di interessi lobbistici impopolari nelle politiche di Washington. L’anno dopo arriva la sua candidatura alle primarie democratiche (appoggiata tra gli altri da Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia), che stupisce tutti: Lawrence Lessig si propone come un presidente “provvisorio”, con l’intenzione di dimettersi appena promulgate le leggi per correggere il gioco torbido dei finanziamenti politici, ed affidare il resto del mandato ad un vicepresidente scelto dalla base. E’ un’idea disruptive, improbabile, rivoluzionaria, ma non inedita: nel 1968 il senatore Eugene McCarthy aveva avanzato una candidatura simile per fermare la guerra in Vietnam, avendo raccolto in seguito abbastanza voti e consensi da far ritirare Lindon Johnson ed aprire la strada alla campagna presidenziale di Robert Kennedy, assassinato quello stesso anno prima di poter vincere le primarie.

Per Lessig l’obiettivo centrale da raggiungere prima delle dimissioni è l’istituzione del Citizen Equality Act, che provvederebbe a tre riassetti legislativi. Il primo sarebbe garantire la registrazione automatica come elettori a tutti i cittadini americani: negli States gli aventi diritto non possono votare prima di essersi iscritti alle liste elettorali (dove bisogna dichiararsi repubblicani, democratici o indipendenti), da cui spesso risultano escluse persone povere, appartenenti a minoranze etniche o in preda a difficoltà socio-economiche. Le norme di idoneità al voto variano da Stato a Stato e non sono valide a livello federale (le leggi sono tanto diverse che in un solo Stato, il North Dakota, la registrazione non è addirittura prevista) ed i repubblicani sono fortemente contrari a snellire la macchina burocratica che regola l’accesso alle urne: solo in una manciata di Stati (California, Oregon, West Virginia, Vermont) prima di ogni singola elezione ai cittadini viene data la possibilità di registrarsi individualmente in occasione del prelievo di altri documenti (come il ritiro della patente), ma c’è ancora molto lavoro da fare per appianare le lentezze amministrative e le disuguaglianze. Uno studio del Pew Charitable Trust evidenzia come ben il 24% degli aventi diritto di voto negli USA non sia registrato, spesso per sottigliezze burocratiche, il che corrisponde a circa 54 milioni di cittadini americani. Il Citizen Equality Act propone anche di rendere festivo il giorno delle elezioni, dato che molti elettori della working class ancora oggi non possono permettersi di perdere un giorno di lavoro per andare a votare (e trascorrere spesso molte ore di fila alle urne).

Il secondo punto mirerebbe ad abolire la pratica del gerrymandering, ovvero la possibilità da parte dei governatori di ridisegnare i confini dei collegi elettorali in favore di un candidato politico scelto, distribuendo ad hoc tra i diversi collegi alcune fasce di elettorato ostili in modo da renderle minoritarie e irrilevanti. Il terzo punto è volto a bloccare la prevalenza dei grandi finanziamenti privati nelle campagne elettorali. Il cosiddetto Citizens United è un verdetto della Corte Suprema risalente al 2010 che proibisce al governo di mettere un tetto alle spese che le organizzazioni non profit devolvono per scopi politici, elezioni comprese. In virtù del Primo Emendamento, che protegge la Freedom of Speech, il principio è esteso anche alle donazioni milionarie rivolte alle campagne dei candidati politici da parte di grandi corporations, organizzazioni di lavoratori e lobby di qualsiasi tipo. Lo stesso Barack Obama si è espresso duramente contro la sentenza, definendola “un duro colpo contro la democrazia” e dichiarando di non riuscire ad immaginare nulla di più deleterio per il pubblico interesse della nazione.

Ciò ci conduce ad una verità che è tanto scomoda quanto inaccettabile. Ad Ottobre 2015, il New York Times riporta che appena 158 famiglie di miliardari americani hanno contribuito agli stadi iniziali della corsa presidenziale del 2016 con 176 milioni di dollari. Nel 2010, il Center for Responsive Politics conduce una ricerca che evidenzia come il 62% di tutti i fondi impiegati per le ultime elezioni al Congresso provenga da soli 132 grandi donatori privati. Ed è così che nella più grande democrazia del mondo la politica non è la voce del popolo, ma la voce del dollaro. Il Citizen Equality Act di Lessig propone di devolvere fondi pubblici tramite voucher scalabili agli elettori dotati di modesta disponibilità economica, in modo che le piccole donazioni ottenute in tal modo nelle campagne elettorali possano bilanciare il contribuito dei grandi finanziatori privati. Quanto invece ai collegamenti meno onesti tra politica e lobbying, la proposta di Lessig è meno chiara: resta il fatto che in uno scenario in cui il 42% dei membri della Camera dei Rappresentanti ritiratisi dalla politica tra il 1998 e il 2004 sono diventati lobbisti per conto di grandi corporations – in molti casi con un aumento di stipendio quasi doppio – sradicare le enormi possibilità di corruzione diventa un progetto inevitabilmente fumoso.

La campagna di Lessig, portata avanti sul filo del crowdsourcing e del crowdfunding, si arricchisce contenutisticamente nel corso delle settimane con proposte arrivate dal basso, e riesce a raccogliere un milione di dollari esclusivamente da piccoli finanziatori, in meno di un mese. Si aggiunge l’endorsement di alcune personalità autorevoli, come il regista JJ Abrams, il già citato Jimmy Wales di Wikipedia, lo sviluppatore di WordPress Matt Mullenweg e il cofondatore di Twitter Evan Williams, anche se col tempo pare sempre più chiaro come quella del professor Lessig sia una candidatura simbolica. Per riuscire a far passare le riforme con un Congresso verosimilmente poco favorevole a vagliarle, l’unica opzione di Lessig sarebbe quella di emendare la costituzione per autorizzare lo strumento di un referendum federale (non previsto dalla carta dei fondatori), e far esprimere direttamente il popolo americano sui finanziamenti ai partiti, senza intermediazioni. Un’ipotesi azzardata, anche per una candidatura provocatoria come la sua. A Novembre Lessig non ha modo di accedere alla corsa presidenziale, dopo che Debbie Wasserman Schultz, all’epoca presidente del Comitato Nazionale del Partito democratico, annuncia una modifica dei criteri di ingresso alle primarie che esclude a tutti gli effetti l’ammissibilità della sua campagna. Ma c’è qualcun altro pronto a raccogliere la fiaccola del professore di Harvard: Bernie Sanders.

Il Senatore Bernard Sanders, 74 anni, ha a differenza di Lessig una lunga carriera politica alle spalle: fu il primo candidato indipendente ad essere eletto alla Camera dei Rappresentanti, nel lontano 1990. Non solo un progressista, non un membro della élite liberal, ma un “democratico socialista”, come si definisce lui stesso. “Non credo che le donne e gli uomini che nella storia hanno difeso la democrazia americana abbiano combattuto per creare una situazione in cui i miliardari dirigono il corso della politica”, annuncia Sanders in occasione della sua discesa in campo. E’ il 30 Aprile 2015, mesi prima della proposta di Lessig. E rispetto al suo, il progetto di Sanders risulta molto più prudente: Bernie si rende conto che le battaglie legislative per regolare i finanziamenti elettorali vanno avanti almeno dal Federal Election Campaign Act del 1971, con risultati poco incoraggianti. Non è possibile impaludare un programma presidenziale su questa singola, seppur centrale, tematica impegnativa: ma è possibile risvegliare la coscienza dei propri elettori sul problema, facendoli diventare sostenitori di una causa molto più grande rispetto al successo della candidatura di un singolo uomo. L’intellettuale di sinistra Robert Reich riconosce che è questa, a giochi ormai fatti, la vittoria più grande di Sanders: aver risvegliato un “grassroots movement”, trasformando l’elettorato di sinistra in un bacino di attivisti che ricevono ed espandono la comunicazione politica del candidato in modo da produrre nella vasta opinione pubblica una possibilità di scelta più informata e più consapevole. A differenza di Lessig, che propone un sistema affascinante – ma difficilmente applicabile – per risolvere il problema dei finanziamenti, Sanders mette in pratica l’alternativa, dimostrando che è un’alternativa possibile: gareggiare per delle elezioni su scala federale senza corteggiare lobby o grandi donatori. Quello di Bernie è un trionfo in termini strettamente comunicativi: senza un PAC alle spalle per procurarsi elargizioni milionarie, Bernie fa appello agli elettori della working class affinché contribuiscano alla sua campagna attraverso piccole donazioni individuali. Nei primi mesi del 2016, pur con una media di 27 dollari per contributo, la sua compagna ha coinvolto il doppio dei donatori rispetto alla Clinton, con un decimo degli eventi di raccolta fondi ufficiali rispetto all’avversaria.

A mezzo di un budget relativamente minore a disposizione, e senza il supporto dei superdelegati (su 712 di loro, ben 591 si sono schierati con la Clinton), Sanders riesce in ogni caso a vincere in 22 Stati: dopo aver ringraziato le decine di migliaia di volontari della sua campagna, i 13 milioni di elettori che lo hanno supportato, e i 2 milioni e mezzo di coloro che hanno offerto finanziamenti in suo favore (8 milioni di piccole donazioni individuali, un dato inaudito), alla Convention democratica di Luglio Bernie riconosce la sconfitta e appoggia Hillary come candidata ufficiale alla presidenza. “Le elezioni vanno e vengono” – dichiara Sanders alla platea di Philadelphia – “ma la lotta per realizzare un governo che rappresenti gli interessi di tutti noi, e non solo dell’1% più agiato, un governo basato su principi di giustizia economica, sociale, razziale e ambientale, quella lotta sta continuando. Quel che è centrale in queste elezioni non è la nomina di Hillary Clinton, o di Donald Trump, o di Bernie Sanders, o qualunque degli altri candidati alle primarie. Nemmeno il gossip politico. Nemmeno i sondaggi. Neanche le strategie delle campagne elettorali, né il fundraising, né gli argomenti più gettonati dai media. Al centro di queste elezioni ci sono, ed è fondamentale che ci siano sempre, i bisogni del popolo americano, e il tipo di futuro che vogliamo creare per i nostri figli e nipoti”. È suo, oltre a quello di Michelle Obama, il discorso che più infiamma l’agorà democratica; mentre la Clinton, dal canto suo, pur avendo appuntato un centrista come vicepresidente, Tim Kaine, si rende conto di quanto sia essenziale interpretare il fermento politico incarnato da Sanders. Questo perché Bernie ha raccolto la maggioranza dei voti degli under 45, ed una proposta politica indirizzata al progressismo deve riconoscere che se la frangia più radicale non è solo una “minoranza dem”, ma rappresenta il futuro immaginato dalla base del partito, allora è necessario fare un lavoro di sintesi e di connessione delle divergenze.

Bernie Sanders ha lottato contro: contro i media che – come il Washington Post – all’annuncio della sua campagna lo definivano un candidato improbabile perché anziano, con un passato da figlio dei fiori, avverso ai grandi finanziatori e portavoce di proposte troppo radicali per essere condivise dal Congresso e dal suo stesso partito; contro l’incognita del crowdfunding preferito all’idea di farsi “ingaggiare” dai gruppi di interesse tramite cospicui contributi economici; e ancora di più, contro lo stesso establishment del suo partito: tra tutte le centinaia di superdelegati (ex governatori e membri del Congresso nominati dall’alto per esprimersi alle primarie) Sanders guadagna solo 48 voti. Ma il 24 Luglio arriva la svolta, che è anche una chiusura del cerchio: Debbie Wasserman Schultz, presidente del Comitato Democratico Nazionale, è costretta a dimettersi dopo la scandalosa pubblicazione di alcune email che portano alla luce la mancanza di neutralità dei vertici del partito rispetto alla candidatura di Bernie. Si tratta di una rivincita anche per Larry Lessig, che intanto si compiace della virata che la Clinton ha compiuto in favore del movimento di Sanders e in nome dell’unità dei democratici. La conciliazione viene sancita proprio a partire dal tema dei finanziamenti. Il 12 Luglio, qualche giorno prima, Hillary parla ad un comizio a Portsmouth: “Come Bernie e i suoi supporters hanno perfettamente argomentato, il nostro partito non andrà da nessuna parte senza aver prima corretto il sistema di finanziamento delle nostre campagne. È tempo di porre fine alla stretta degli interessi speciali dei più ricchi sulle politiche di Washington. Renderò questa riforma una priorità fin dal mio primo giorno come presidente. Ribalteremo Citizen United! E obbligheremo tutti, democratici, repubblicani e indipendenti, a rendere trasparenti le liste dei propri finanziatori. Approveremo un sistema per consentire agli elettori meno abbienti di finanziare i propri candidati, in modo da permettere ad ogni americano di candidarsi ad un ruolo di rappresentanza, a tutti i livelli istituzionali. Tutti i cittadini dovrebbero essere automaticamente registrati per votare il giorno del loro diciottesimo compleanno”. Bernie Sanders è sul palco al suo fianco, ed applaude, in quella che ha tutta l’aria di essere l’affermazione del lavoro di squadra sulle incursioni transitorie dei “Papi stranieri” e sugli espedienti inadattabili delle frazioni più radicali della base.

Il 23 Luglio viene inaugurata una commissione per ridurre il numero di superdelegati, di cui Sanders sceglie il vicepresidente, Larry Cohen. Il partito si ricompone, e secondo Lessig quest’occasione crea le condizioni più favorevoli ad una riforma sostanziale della democrazia americana fin dai tempi del Voting Rights Act del 1965. L’accademico si spende inoltre a lodare il lavoro svolto al Congresso dai democratici Steny Hoyer e John Sarbanes che, senza personalismi, stanno mettendo a punto un sistema di riforme “pitch-perfect”, più valido ancora di quello che lui aveva avanzato nel Settembre 2015. Certo è che per il futuro rimangono diverse incognite e asprezze: sarà essenziale per i democratici disporre della maggioranza al Congresso, mentre risale a pochissimi giorni fa la notizia di una vera e propria escalation di faide e dimissioni nella squadra di Bernie. Infatti la leva più giovane della sua organizzazione da poco fondata, “Our Revolution”, rifiuta recisamente di amalgamarsi alla linea del partito, sentendo minacciata la propria indipendenza e la coerenza del progetto politico di Sanders, che ormai però dovrà svilupparsi in una forma diplomatica, e non più strettamente “promozionale”. Tra i disaccordi interni spiccano le dimissioni del direttore della campagna digitale Kenneth Pennington: è un gesto di protesta importante, dato che a nessuno sfugge quanto sia stato sostanziale il contributo dei millenials sui social media per espandere i consensi di Bernie.

Tutto questo è accaduto nel Partito Democratico statunitense nel giro di appena un anno. Lo stato di paralisi che da due anni affligge la minoranza interna del PD italiano in compenso fa una ben magra figura. E a poco serve guardare all’America come punto di riferimento per restituire popolarità al modello politico socialista, così come per anni lo sono stati i paesi scandinavi, rimasti ugualmente lontani; a poco serve evocare Sanders come esempio di lotta alle disuguaglianze, sulla falsariga del quale rifondare il centro-sinistra europeo; ancora meno occorre la nostalgia per i metodi “dei vecchi partiti di massa”, finché l’approccio della comunicazione politica non espanderà anche qui i propri orizzonti. Finché ci si guarderà attorno alla ricerca di nuovi leader, come se la soluzione per la crisi fosse racchiusa nell’intuire su quale cavallo scommettere, saremo ben lontani dalla meta. Questo atteggiamento presuppone una visione della comunicazione politica restrittivamente circoscritta ed appiattita sul marketing elettorale, quando un modello completo di comunicazione appare sempre circolare, scaturente dall’ascolto dell’elettorato e dai suoi bisogni, e fondato sul successo dell’interazione e della sintesi dei messaggi: in una parola, sull’interpretazione delle necessità dei cittadini, dei “punti di sofferenza” insiti nel loro sentimento di cittadinanza. Per Lessig e Sanders, il primo un leader dopotutto fallimentare, il secondo grande “organizzatore” del diffuso impulso di rivalsa sull’establishment che scorre nelle vene degli americani, la comunicazione è partita da una ricognizione dei dati di fatto: dal più recente sondaggio dell’American National Election Studies emerge che l’80% degli intervistati considera gli interessi della politica divergenti da quelli degli elettori; nel 1964 la quota era ferma al 24%. Un malcontento che anima anche e soprattutto i repubblicani, tra cui la popolarità di Donald Trump non è riconducibile soltanto ad una banale emergenza di sciovinismo, quanto piuttosto all’alchimia tossica di autoritarismo e populismo nata proprio dalla repulsione diffusa per la classe dirigente.

Il quadro politico attuale deve assolutamente spingere il centro-sinistra a diffidare dal culto della leadership come panacea dell’incertezza, e sollecitare lo sviluppo di alternative fondate sul dibattito costruttivo, sull’informazione ragionata e non sensazionalistica, sull’ascolto degli elettori e non sui sondaggi rivolti soltanto a misurare il consenso delle parti per poterlo correggere (o proteggere) di conseguenza. In fondo il problema dell’interpretazione, della costruzione e della sintesi di contenuti coincide con quello della comunicazione politica: “mettere in comune” ciò che c’è di affine nelle divergenze tra le aspettative degli elettori e l’offerta politica, prima ancora di fare sistema ed elaborare proposte condivisibili. Sarebbe arrivata finalmente l’ora di iniziare a considerare il problema “dialettico” del centro-sinistra italiano come più che un semplice problema “difettivo” (di leader, di idee, di programmi). Tra i democratici americani una dialettica propositiva che ha coinvolto intellettuali, attivisti ed establishment ha portato nel giro di un anno – 12 mesi densi di scambi, di confronti, di sviluppi – ad elevare l’asticella del dibattito in modo forse impensabile; proprio lì dove storicamente il socialismo non ha mai avuto modo di istituzionalizzarsi per poi dividersi, come in Italia, in vari potentati politici contingenti ed il più delle volte conflittuali. È troppo tardi per coltivare una politica che si occupi della “maturazione civile del popolo”, come si esprimeva Berlinguer in una celebre e ancora attualissima intervista di Eugenio Scalfari, nel passato prossimo di trentacinque anni fa? C’è da augurarsi che non lo sia già.

*foto di Mark Nozell

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Pierluigi Schiano Moriello

Laureato in filosofia, mi interesso di etica e comunicazione. Critico un po’ troppe cose, e ne amo qualcuna in più.


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