I costi del comunicare male: #FertilityFake

Matteo Cadeddu
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Gli slogan della contro-campagna nata dal basso, #FertilityFake, sono più efficaci e comprensibili degli slogan del “Fertility Day” del Ministero della Sanità.

 

Non voglio entrare troppo nel merito della campagna, che già a partire dal nome in inglese crea delle barriere nella comprensione: molti hanno già analizzato e commentato ogni singola immagine. Il nodo che vorrei affrontare è quello dell’assoluta incompetenza di chi fa comunicazione all’interno di (alcune) istituzioni.

Dopo il putiferio scatenato per la seconda campagna, Daniela Rodorigoavvocato – è stata licenziata dal suo ruolo di Direttore della Comunicazione del Ministero della Sanità, che ricopriva dal 2005. Vorrei sottolineare la parola “avvocato”, che agli addetti ai lavori non suonerà affatto nuova relativamente ai ruoli dirigenziali ricoperti nella Pubblica Amministrazione. La dottoressa Rodorigo, classe 1969, pare non sia nemmeno giornalista (professionalità spesso scelta in questo campo, anche se nemmeno questa del tutto appropriata).

L’ho trovata lì. Anche io se mi fosse stato possibile avrei scelto un grande esperto di comunicazione.

Questo il commento del Ministro Beatrice Lorenzin. Diciamoci la verità, Daniela Rodorigo è un capro espiatorio. Un po’ perché è il Ministro a dover approvare le campagne prima che partano (e non puoi dire che l’immagine che ti hanno fatto vedere era in bassa risoluzione, come si è giustificata Lorenzin); un po’ perché le radici del fallimento di questo lavoro sono da cercare altrove.

Faremo nuove campagne, chiediamo aiuto ai creativi, possibilmente gratis.

Possibilmente gratis. Questo ha detto un Ministro della Repubblica Italiana, su La7 durante la trasmissione Otto e Mezzo. Come per dire che se proprio avanza qualche spicciolo si può pensare di raccontare meglio le proprie iniziative e permettere che queste abbiano un impatto maggiore, altrimenti “s’accontentamo“. Come a dire che la comunicazione sia un accessorio, un orpello, un bel soprammobile. Sull’argomento del rivalorizzare il lavoro intellettuale ci siamo già spesi parlando della campagna #leideesipagano.

Caro Ministro, si vede la differenza quando si fanno le cose sul serio. Si vede eccome. Si vede quando si fa analisi, quando si studiano pratiche già attive, come ad esempio questa campagna danese. Si vede quando si è fatto A/B testing dei messaggi individuati direttamente su un campione del pubblico (si tratta di una tecnica di analisi della differenza di impatto tra due o più soluzioni proposte), e quando invece ci si è chiusi tra 4 mura e si è scelto tra una manciata di slogan. “Sarebbe bellissimo – ha detto Beatrice Lorenzin, sempre su La7 – avere alla guida della comunicazione di un ministero con temi così delicati dei grandi comunicatori; servirebbero appunto dei grandi comunicatori ma, purtroppo, abbiamo dei vincoli”. Forse è arrivato il momento di interrogarsi (di nuovo) su chi attualmente lavora in questo ambito e su chi dovrebbe. Forse è arrivato il momento di rendersi conto che l’importante è che se ne parli – come lascia trasparire Lorenzin dalle interviste – è un concetto sbagliato, antiquato e del tutto controproducente: #FertilityFake, è la meritata risposta.

La campagna, prodotta internamente, è costata 28mila euro. Beh, poco male, dirà qualcuno. Peccato che oltre ad essere soldi buttati sono un’occasione sprecata. La comunicazione non ha solamente il ruolo di informare, di lanciare un sasso. Questo era quello che succedeva durante le guerre mondiali e nel periodo successivo (per dare un’idea di quanto rischiamo di tornare indietro). La comunicazione ha il ruolo di creare una relazione positiva, di spingere ad una determinata azione e, quando necessario, di generare un cambio di attitudine. Se ci si ferma a lanciare un’informazione senza nemmeno preoccuparsi che trasmetta veramente il messaggio che vogliamo passare, che invogli il pubblico alla sua fruizione ed eventualmente lo attivi, si rischia di mandare all’aria non solo la comunicazione, ma anche il resto del progetto.

 

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Matteo Cadeddu

27 anni e più di 400 chilometri di trekking nelle gambe. Camminare serve a creare idee e relazioni. La comunicazione serve a connetterle.


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