Donald Trump e la cerimonia cannibale

Pierluigi Schiano Moriello
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È soltanto una corsa presidenziale quella a cui stiamo assistendo? I recenti sviluppi della campagna di Donald Trump lasciano immaginare che la posta in gioco potrebbe essere piuttosto diversa da quella che ci aspettavamo.

All’inizio di questo mese avevamo chiuso il nostro commento sul confronto televisivo tra i due principali candidati alle elezioni presidenziali americane con una convinzione sufficientemente solida: il repubblicano Donald Trump era stato travolto dalla sua stessa mancanza di concisione e credibilità dialettica, lasciando campo aperto ad Hillary Clinton per poter giocare all’attacco e risultare vincente nei consensi successivi al primo dibattito.

Il secondo appuntamento dei tre faccia a faccia previsti prima delle elezioni di Novembre sarebbe dovuto essere decisivo per Trump: una rivincita schiacciante avrebbe potuto trascinarlo in un pareggio o addirittura in una rimonta nei sondaggi nazionali, mentre qualsiasi altro esito (un ex-aequo ottenuto con poco mordente, oppure un’altra figuraccia pubblica davanti agli elettori ancora irrisoluti) avrebbe finito per dare definitivamente l’alt alle sue possibilità di farsi strada nello studio ovale, a meno di colpi di scena sensazionali.

Un candidato ordinario avrebbe tentato di impressionare positivamente gli indecisi, ossia la fetta di pubblico unbiased chiamata a fare effettivamente da arbitro sull’efficacia delle strategie di entrambi gli schieramenti; Trump ha invece agito in senso contrario, mirando a galvanizzare ulteriormente l’animosità della sua base contro l’avversaria, tramite espedienti discutibili che gli si potrebbero rifrangere contro entro la data del ritorno alle urne. E nel frattempo il sentimento più diffuso non rema a favore di nessuno dei due: come risulta ben espresso dalla rivista “Politico” all’indomani dell’evento, ma anche secondo l’opinione dei molti osservatori che lo hanno etichettato come “il peggiore dibattito mai andato in onda” nella storia della politica statunitense, ciò che resta scolpito nella memoria degli americani è semplicemente “ugly”.

Una bruttura. Mai tanto squallore e una così evidente mancanza di argomenti erano stati ostentati davanti ad una platea di tale importanza. Ora che tutti gli occhi sono puntati su di lui, qualsiasi tentativo di Trump di esibire una statura politica viene sfoggiato tramite una velleità assolutamente caricaturale; ma nonostante tutto, dal momento in cui è lui a diventare la star dello “show” (che di politico ha sempre di meno), la presenza di Hillary Clinton diventa sempre più spaiata, al limite del fuori luogo. Al punto che viene ormai da chiedersi: stiamo tutti osservando una competizione elettorale per la presidenza degli Stati Uniti, o probabilmente qualcosa che assomiglia di più ad una farsa?

Lo show del fango

La farsa, che emerge dall’erosione della sostanza politica vera e propria nel confronto tra i due candidati, inizia poco prima del dibattito stesso: Trump appare in una conferenza stampa indetta in un hotel di Saint Louis insieme a tre donne, Juanita Broaddrick, Paula Jones e Kathleen Willey, che avevano già da diversi anni accusato Bill Clinton di violenze sessuali. A loro si unisce Katy Shelton, protagonista di un caso giudiziario risalente al 1975 – quando la donna aveva appena 12 anni – in cui Hillary Clinton, all’epoca giovane avvocato per il dipartimento giudiziario della Washington County, aveva difeso un uomo accusato di aver stuprato la piccola, ordinando una perizia psichiatrica sulla bambina e ottenendo per il suo assistito una notevole riduzione della pena. Hillary scrisse in seguito nella sua autobiografia che il caso le era stato affidato da un giudice a causa dell’indigenza dell’imputato, che non era in grado di permettersi l’assistenza di uno studio legale, e che si era dunque trovata nell’obbligo costituzionale di difenderlo davanti ad una giuria speciale.

Trump non va per il sottile: il suo intento è di demolire la posizione etica di Hillary, pochi giorni dopo la diffusione di una registrazione risalente al 2005, in cui Donald si vanta con un conduttore televisivo della Nbc di “poter fare tutto quello che vuole con qualunque sconosciuta, anche senza consenso, a causa della propria celebrità”, “di prendere le femmine per la ***a”, e di portare sempre con sé delle tic-tac nel caso ci fosse una donna abbastanza avvenente da baciare nelle vicinanze. L’effetto dilagante di quelle frasi nell’opinione pubblica è stato per Trump completamente distruttivo, tanto più in quanto lui – pur scusandosi diramando un filmato subito dopo – non ha mai ritrattato, liquidando le esternazioni in questione come “chiacchiere da spogliatoio”.

Ora l’obiettivo è dimostrare che Hillary Clinton è sposata con un uomo che, oltre ad essere fedifrago, ha fatto ben di peggio: piuttosto che trovare un modo di arginare il danno di immagine che lo ha coinvolto la tattica è quella di trasferire il discorso verso quello che in gergo viene definito come un problema di moral equivalence.

Il minore dei mali

La moral equivalence è un’espressione diventata di uso ricorrente nelle conversazioni liberal durante il canto del cigno del blocco sovietico. L’idea è che, nell’epoca della crisi delle ideologie, non sia possibile stabilire una superiorità gerarchica tra due antagonisti rispetto alla loro morale di appartenenza.  La questione si estende alla diplomazia internazionale e anche al dibattito politico: per farsi un’idea equa di qualunque antagonismo è necessario sospendere l’appartenenza dell’osservatore allo standard etico di una delle parti in causa, perché ciò finirebbe per comprometterne la capacità di sintesi, o di negoziazione.

Nel caso di Donald Trump il termine è stato ripescato da parte della stampa specializzata nell’analisi politica, specialmente a destra, per indicare la necessità di correggere un sistema mediatico accanito in partenza contro il candidato repubblicano. La strategia di Donald potrebbe essere fraintesa come un semplice manicheismo finalizzato a tratteggiare i suoi sostenitori come i “buoni” e lo schieramento opposto come i “cattivi” (durante il dibattito Trump ha in effetti dichiarato – senza lesinare sul parossismo – come Hillary sia una persona “piena di odio nel cuore”); tuttavia, data la sua immagine ormai precaria, il suo progetto va in qualche modo oltre la banale demonizzazione dell’avversario: nel secondo dibattito Trump ha fatto anche appello agli elettori di Sanders, quindi ai democratici stessi, affinché la Clinton non venga assolutamente eletta.

Invocando il consenso dell’America “di sinistra” l’operazione politica di Trump diventa un evento inedito nella competizione presidenziale, e si riferisce proprio alla moral equivalence tra lui e la sua avversaria. Il senso è “se trovate deprecabile me, dovete disprezzare anche lei”: in questa dimensione il messaggio di Trump arriva forte e chiaro, ed è stato un messaggio vincente.

Messo con le spalle al muro anche da questo secondo dibattito, in cui Trump ha fronteggiato una Clinton sempre preparata e con i nervi di ferro, il repubblicano può sperare al meglio di trascinare in basso la reputazione di entrambi. Ed in un certo senso ci è riuscito, nonostante Hillary stia continuando ad elevare il suo vantaggio nei sondaggi.

Trump sta puntando a suscitare negli ascoltatori un sentimento di antipolitica sempre più totalizzante, in un confronto pubblico in cui ogni decoro da entrambe le parti sembra inequivocabilmente frutto di affettazione, a danno di ambedue i candidati. In un momento assolutamente inaudito nella storia delle campagne elettorali americane, dopo un’ora e un quarto di dibattito, Trump si rivolge alla platea con una domanda retorica: “What do you have to lose? This can’t get any worse!” (“Cosa avete da perdere votandomi? Nulla può andare peggio di così!”). In quel momento, mentre Hillary sta cercando – con argomenti più o meno persuasivi – di accattivarsi la fiducia degli elettori in bilico, Trump si sta rivolgendo a tutti: repubblicani, democratici, e indecisi.

E’ difficile prevedere i risultati casuali di quando si spara nel mucchio, anche attraverso i sondaggi.

Tra palco e realtà

Quanto al confronto in sé, Hillary ha mantenuto la stessa linea del primo dibattito mentre Donald ha alternato un andamento più aggressivo a momenti di vero e proprio vittimismo: lo ha fatto interrompendo spesso la Clinton e i due moderatori, fino ad accusare questi ultimi di non concedergli abbastanza spazio, di essere troppo generosi con l’altra candidata, di guidare addirittura un dibattito “tre contro uno”.

In un’altra occasione, ugualmente scandalosa e ridicola, promette che se verrà eletto si assicurerà di mandare Hillary a processo per non aver usato un server di Stato per le sue email, e che se fosse per lui la donna sarebbe già finita in prigione da tempo.

Risponde in modo più elusivo di lei cambiando continuamente argomento rispetto agli interventi dei moderatori (a proposito delle sue frasi sessiste ha letteralmente risposto “ne potremmo parlare, ma direi che abbiamo problemi più gravi al momento, come l’ISIS”), mentre quando argomenta in relazione ai quesiti che gli vengono rivolti dalla platea del town-hall il suo discorso risulta fumoso, circostanziale e poco incisivo; unica eccezione l’Obamacare, dove la Clinton tentenna in modo evidente.

Durante le risposte di Hillary, Trump le si aggira alle spalle con fare severo, tanto che la presenza scenica tracotante e invadente del magnate offre cento e più spunti per parodie e caricature (per la fortuna di show satirici come il Saturday Night Live e dell’attore Alec Baldwin, che ha messo a punto un’imitazione popolarissima e a regola d’arte): quel che resta agli spettatori di un’altra performance opinabile da parte del candidato repubblicano rimarrà noto più come un evento pop che come un momento politico vero e proprio.

Qualche giorno dopo, il repubblicano accusa Hillary di aver assunto sostanze stupefacenti prima del dibattito, perché la donna avrebbe avuto ai suoi occhi un atteggiamento vagamente allucinato. Siamo al puro reality show.

Vittime e cannibali

In netto svantaggio negli swing states, schieratosi apertamente contro i vertici del partito repubblicano che gli hanno voltato le spalle, dopo due dibattiti che hanno consunto la sua credibilità politica e giocando ormai senza riserva il ruolo della vittima nel tiro al bersaglio dei media (numerose donne lo stanno accusando di aver spesso messo in pratica le sue “chiacchiere da spogliatoio”, con un danno di immagine ormai irrecuperabile), Trump sta raccogliendo i frutti marci dell’essersi imposto come la star indiscussa di queste controverse, terribili e dopotutto memorabili elezioni presidenziali.

E come disse una volta Michael Jackson (di certo non un politico): “The bigger the star, the bigger the target”. Ormai prossimi alle elezioni, sembra che oltre ad una lotta nel fango Trump si sia lanciato da solo nelle sabbie mobili.

Per mettere in prospettiva l’esito singolare della sua candidatura è forse utile menzionare la tesi che lo scrittore francese Christian Salmon ha brillantemente illustrato nel suo saggio “La politica nell’era dello storytelling”, traduzione italiana di un titolo originariamente ben meno rassicurante: “La cérémonie cannibale”.

Secondo Salmon la narrazione politica, intesa come quel tessuto di percorsi tematici che mirano ad inserire gli elettori in un determinato framework affine agli scopi del messaggio elettorale, vede nel leader politico il proprio autore, ma anche la propria vittima inevitabile. La cerimonia cannibale a cui si riferisce il titolo non è altro che il rituale politico contemporaneo, in cui i protagonisti della scena pubblica (e in special modo il più “sacro” di loro, il leader politico) sono costretti ad “inventarsi” un avatar rappresentativo, una personalità virtuale da “dare in pasto” all’elettorato.

A detta dell’autore, la comunicazione politica di oggi imporrebbe l’immagine personale di un leader carismatico da somministrare all’opinione pubblica quasi indipendentemente dai contenuti concreti. È essenziale che l’uomo politico provveda ad architettare la propria immagine in modo che essa diventi oggetto di pubblico consumo, prima ancora che a disegnare per se stesso un’apparenza istituzionalmente autorevole. Notiamo anzi con interesse che la dialettica dell’autorevolezza è stata soppiantata – quasi sempre – da quella della popolarità, grazie ai new media che fanno dell’estensione meramente quantitativa del “consumo” di un’immagine pubblica espresso in termini di likes e followers la cifra stessa dell’autorevolezza, in quanto misura del responso collettivo.

L’autorevolezza passa dunque dall’essere determinata dal “peso” in termini di esperienza politica ed istituzionale all’essere il riflesso di un semplice feedback di gradimento da parte dei potenziali elettori-consumatori.

In questo quadro, la fruizione delle immagini personali – con tutta la loro carica “personalistica” – diviene “famelica” da parte degli elettori e dell’opinione pubblica, che ricambiano una narrazione efficace con il proprio consenso.

Il politico storyteller passa da affabulatore a vittima, perché è lo stesso elettorato “vorace” che impone ai propri governanti di salire all’altare sacrificale di questo tipo di comunicazione. Un altare che è anche un palcoscenico (citando alla lettera Salmon), altra metafora per quel “teatro della sovranità perduta” in cui si orchestra il dramma di un vuoto della coscienza politica collettiva, di un disorientamento (o decentramento) dell’opinione pubblica rispetto alle certezze che fino a qualche anno fa costituivano il fulcro di aspettativa della politica tradizionale: l’elettorato perde fiducia nei meccanismi della discussione politica ed inizia improvvisamente a gravitare fuori dall’orbita percorsa dalla tradizione del dibattito pubblico, finendo appunto in un “vuoto” di valori, di modelli identitari, di motivi politici e culturali.

L’appeal individuale dell’uomo politico, venuta meno la credibilità della comunità politica come centro “attrattivo”, non avviene più a questo punto nel solco di una politica tradizionale “estinta” – che è diventata come un pianeta a cui manca la forza di gravità – ma in quella di un mondo politico nuovo, teoricamente costruito dal nulla. Un paradosso, dal momento che niente in realtà può essere costruito dal nulla: questo nuovo “pianeta” politico si fonda sulle connotazioni personali del suo stesso leader, del suo piccolo apprendista demiurgo.

Nella parabola di Donald Trump possiamo identificare tutte le caratteristiche della cerimonia cannibale: ma dove andrà a finire questo nuovo capitolo della politica statunitense e, in misura indiretta, di quella globale?

La strada dell’antipolitica è lastricata d’oro

Se la campagna elettorale di Trump non lo condurrà alla Casa Bianca, per lui questo racconto presidenziale terminerà in un vero e proprio trionfo. Come uomo politico il tycoon americano potrebbe essere finito sull’altare della cerimonia cannibale, ma come imprenditore gli rimarrebbe pur sempre la ricchissima possibilità di unirsi al banchetto.

Tre mesi fa Donald ha assunto come manager della sua candidatura presidenziale Stephen Barron, direttore esecutivo di Breibart News, una piattaforma giornalistica online che vorrebbe nelle sue intenzioni diventare “un sito di news di rilevanza globale, populista, di orientamento conservatore, dal carattere fortemente anti-establishment”. Trump è, prima di ogni altra cosa, uno showman: sono pochi i dubbi che, nel caso più che probabile in cui dovesse perdere la competizione per la presidenza, il repubblicano si presterebbe più che volentieri ad essere il testimonial di questo genere di impresa mediatica, o che potrebbe facilmente trasformare il bacino dei suoi sostenitori in un’audience lucrativa e fidelizzata per la prossima, non inverosimile, creazione di un network privato di proprietà.

Dobbiamo aspettarci di vedere, tra pochi mesi, la nascita di un canale televisivo di “Trump News”? Nel caso succedesse, quest’iniziativa porterebbe nelle tasche della famiglia Trump milioni e milioni di dollari. Donald sembra già prepararsi all’evenienza, denunciando con sicurezza che il giorno delle elezioni il voto degli americani sarà truccato da un “sistema” corrotto, illegittimo e ubiquo. Con enorme sconcerto dei Repubblicani e della stessa Fox News, il fedele Rudy Giuliani è già pronto a dargli ragione.

Il tempo dissolverà questi dubbi: ma gli indizi per indovinare come Trump sia già pronto a trasformare in un business di dimensioni gigantesche la già fiorente macchina dell’antipolitica, in una scala finora ancora mai sperimentata, sono verosimili e non lasciano intravedere nulla di buono all’orizzonte. Se non sarà un’apocalisse, nei termini in cui Hillary Clinton ha qualche giorno fa definito l’idea di una presidenza Trump al New York Times, potrebbe essere comunque qualcosa di totalmente diverso ma di ugualmente pericoloso: una presidenza della stessa Clinton, e di chi seguirà dopo di lei, venduta dall’impresa di Trump come un vero e proprio disaster movie. Uno spettacolo con una trama irrinunciabile: la progressiva distruzione della politica americana.


Fonte immagine in copertina: Gage Skidmore

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Pierluigi Schiano Moriello

Laureato in filosofia, mi interesso di etica e comunicazione. Critico un po’ troppe cose, e ne amo qualcuna in più.


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