2017, la sfida della disinformazione

Pierluigi Schiano Moriello
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Comunicatore Pubblico inaugura il 2017 introducendo un tema che ci troveremo a seguire molto da vicino: il rapporto tra disintermediazione social e disinformazione virale.


Lo scorso novembre l’Oxford English Dictionary ha elettopost-verità” (post-truth per l’universo anglofono) come parola dell’anno di questo 2016 appena trascorso, utilizzata per significare letteralmente “l’insieme di varie circostanze per cui i fatti oggettivi sono ormai diventati meno determinanti nell’influenzare l’opinione pubblica rispetto al richiamo dell’emotività e delle credenze personali”. La ricerca condotta dal dipartimento di ricerche editoriali dell’università di Oxford ha rilevato uno stupefacente incremento del 2000% nell’utilizzo di questo termine tra le news on e off-line dal 2015 all’anno successivo, in un climax di intensità sempre maggiore a partire dall’estate, con il ciclone di Brexit nel Regno Unito e la vittoria (allora sottovalutata) di Donald Trump alle primarie del partito repubblicano negli States.

L’uso nell’accezione attuale di “post-verità” risale tuttavia a tempi ben anteriori e non sospetti, quando nel 1992 Steve Tesich scrisse per la rivista “The Nation”, con particolare riferimento alla prima guerra del Golfo, che “noi tutti, come opinione pubblica e popolo libero, abbiamo deliberatamente preso la decisione di vivere in un mondo caratterizzato dalla post-verità”. La genealogia di questo termine ci permette di definire due considerazioni tangibili: la prima è che la post-verità risale a ben prima dell’esplosione (o dell’implosione?) del web, mentre la seconda è che il potere della post-verità non deriva da chi la fabbrica, ma da chi la accetta e convalida; si tratta, da questo punto di vista, di una vera e propria forma di legittimazione. E in quanto tale è portatrice di una potente valenza politica.

La novità di un vecchio problema

Retrodatare il discorso sulla post-verità rispetto a quello sulla disinformazione digitale ci permette di coglierne il rapporto inverso ma simmetrico con la propaganda autoritaria, l’adulterazione e la censura dei media da parte dei sistemi governativi nel corso della storia. La disinformazione andava a braccetto con la politica allora come oggi, quando nel 1924, ad esempio, il Daily Mail pubblicava la “lettera Zinov’ev”, un documento falso prodotto dai servizi segreti britannici a testimonianza di un progetto sovversivo diretto da Mosca con la complicità del partito laburista: la diffusione dell’articolo nelle edicole inglesi avvenne appena quattro giorni prima del ritorno alle urne, e costò ai Labour una sconfitta schiacciante. O quando, nel 2003, le prime pagine dei giornali americani ed europei divennero sature di articoli infondati sulle fantomatiche armi di distruzione di massa in possesso di Saddam Hussein, alla vigilia dell’invasione dell’Iraq. La memoria storica dovrebbe ricordarci che la disinformazione è un problema annoso tanto quanto l’informazione stessa, che tuttavia non risulta mai trito ed invece appare sempre attuale, declinandosi insieme alle modalità con cui l’opinione pubblica orchestra le proprie dinamiche interne e la propria visione del mondo.

L’elemento realmente distintivo della disinformazione nella cornice contemporanea è che mentre in passato solo istituzioni e gruppi d’interesse potevano manipolare le informazioni, adesso chiunque sia dotato di un accesso ad internet è in grado di farlo, generando un’ondata di falsificazioni talvolta anarchiche, ma molto più spesso guidate da un movente politico, a dispetto di chi vuol far credere che ad un minore controllo dell’autenticità e del riscontro fondato delle notizie corrisponda un upgrade del nostro tenore democratico. Questo rovesciamento passa attraverso la parabola discendente della popolarità degli organi di informazione ufficiali. I paladini delle news 2.0 imputano il ruolo sempre più marginale della stampa tradizionale ad una sua ipotetica inclinazione a sostenere il potere in carica, trascurando che le ragioni di questa crisi sono sostanzialmente sociali (per lo shift che ci ha visti passare da una carta stampata come “oggetto” tangibile di consumo alle news come corredo di una stanza virtuale di conversazione) ed economiche (per la diminuzione delle risorse). Perché sentiamo sempre più parlare di informazione, e sempre meno di giornalismo? Lo sfondamento della disinformazione bottom-up rispetto a quella calata dall’alto è davvero originato da un deperimento qualitativo del giornalismo classico?

                      

Un momento difficile per il giornalismo

Secondo i dati raccolti periodicamente dalla Newspaper Association of America, nel 2014 i ricavi dei giornali (includendo non soltanto la carta stampata, ma anche le edizioni digitali) avevano raggiunto i livelli più bassi dalla prima metà degli anni ’50. Nonostante gli ultimi dati di Comscore sull’espansione dell’audience raggiunta dalla stampa tradizionale sulle web platform siano molto incoraggianti (ne è una testimonianza il periodo d’oro che stanno vivendo dall’anno scorso testate come il New York Times ed il Washington Post) è innegabile tuttavia che le revenues della pubblicità si stiano spostando in modo preponderante verso le “nuove edicole” della rete come i motori di ricerca ed i social network, con Google e Facebook in testa. Queste nuove edicole permettono ai destinatari l’accesso ad un’informazione più veloce, personalizzata, capace di soddisfare la curiosità del lettore in modo sia vario che mirato: nel futuro – molto prossimo – chi continuerà ancora a rivolgersi alle testate storiche nella ricerca di notizie potrà farlo solamente in virtù della loro autorevolezza, un soft-power non deperibile rispetto ai cambiamenti storici o tecnologici. Il giornalismo destinato a rimanere a galla è quello di qualità: anche alla luce dell’impennata di abbonamenti online, il vice editore del NYT Gregg Sulzberger ha dichiarato alla fine dell’anno che “La cura per la disinformazione consiste in una controparte travolgente di giornalismo accurato e convincente”. C’è chi non la pensa proprio allo stesso modo.

L'eco delle bugie su misura

L’italiano Walter Quattrociocchi, a capo del laboratorio di Computational Social Science (CSS) all’IMT di Lucca, si è occupato negli ultimi anni di condurre ricerche piuttosto estese su come le notizie false riescano a dilatarsi e a diffondersi sui social media; le sue considerazioni sono confluite in quello che è probabilmente il saggio più completo sul rapporto tra disinformazione e disintermediazione uscito negli ultimi anni: “Misinformation. Guida alla società dell’informazione e della credulità”. Ne emerge la tendenza nei social media come Facebook al formarsi di quelle vengono definite echo chambers, vere e proprie “camere di risonanza” in cui gli utenti acquisiscono informazioni solo ed esclusivamente da fonti “ricamate” sui propri interessi e sulle proprie credenze personali ad opera degli algoritmi automatici. Il software “apprende” i dati sul comportamento dell’utente in termini di ricerca delle informazioni, e rinforza la sua tendenza reiterando un flusso di contenuti affini nel tema considerato e nell’orientamento ideologico. Ciononostante, secondo diversi studi, la selezione automatica delle notizie non pare sufficiente da sola ad escludere il confronto degli utenti con opinioni dissonanti, che potrebbero costruttivamente alimentare un maggior senso critico rispetto alle notizie percepite. Il fenomeno sorprendente è che, oltre alla tendenza ad autoalimentarsi dipendente dall’infrastruttura di queste “bolle social”, si rileva uniformemente anche una propensione – apparentemente paradossale – ad incrementare la convinzione nella veridicità delle notizie che sono state accettate nella propria cerchia di appartenenza, in misura tanto maggiore quanto quest’ultime diventano oggetto di un’operazione di smentita metodica e sistematica, il cosiddetto debunking.

Social media news consumers access news on a number of other platforms

L’elemento più pericoloso di queste camere di risonanza è che incoraggiano un’attitudine (di ordine psicologico, e dunque non imputabile ai network in sé) a liquidare come bugie fabbricate ad hoc dalle autorità le prove che confutano le convinzioni intimamente adottate. Ciò rinforza il dato di Rasmussen Reports secondo cui, nel 2016, ben il 62% dell’elettorato statunitense non si fida delle operazioni di fact-checking dei media mainstream. Considerando che 6 americani su 10, secondo l’autorevole Pew Research Center, utilizzano i social media per rimanere aggiornati sulla cronaca politica e per ottenere informazioni in tempo reale, è comprensibile come proprio su piattaforme come Facebook e Twitter il confronto politico abbia raggiunto vette di polarizzazione sconosciute ormai da diversi decenni. Il debunking, in ambienti social che favoriscono la radicalizzazione delle ideologie, rischia in questo scenario di gettare addirittura benzina sul fuoco. E nonostante questo resta un lavoro mai così necessario e doveroso, seppur difficile e con molte – troppe – sfide di fronte.

Nuvole all'orizzonte

La prima difficoltà per una normalizzazione del dibattito pubblico è che le fake news transitano come trend di conversazione molto più a lungo rispetto ai rumour che vengono immediatamente confermati da fonti ufficiali, avendo un ampio margine di speculazione, e di conseguente discussione polemica. Talvolta la semplice condivisione di una di una fandonia lampante, al fine di metterla in ridicolo o rigettarla pubblicamente, contribuisce enormemente alla sua dispersione virale (il falso endorsement del Papa a Donald Trump ha ricevuto in questo modo quasi un milione di condivisioni su Facebook). C’è poi un problema non secondario, ovvero l’incentivo economico per queste piattaforme di condivisione costituito dall’aumento degli introiti pubblicitari che dipendono dallo scambio e dal rilancio di informazioni tra utenti (il “traffico” vero e proprio dei social media), indipendente dalla natura e dalla correttezza dei contenuti. Se Mark Zuckerberg si è trincerato per anni sulla difensiva minimizzando il ruolo di Facebook nella controversia della disinformazione virale, lo scorso mese ha annunciato per la prima volta la responsabilità di Facebook non solo come start-up tecnologica, ma anche come media company (per definizione, responsabile di una mediazione e non solo facilitatrice di disintermediazione) che ha a cuore il profilo editoriale del crocevia di notizie che ospita. La notizia che le news del social saranno moderate dall’intervento indipendente di fact-checkers esterni (ABC News, Snopes, Factcheck.org) per tenere sotto controllo la loro veridicità ha generato una vocale ondata di indignazione da parte di estrema destra e forze reazionarie. Ed è questo il terzo ostacolo, probabilmente il più delicato: l’ormai assodata capacità della disinformazione, tanto quanto la peggior propaganda del secolo scorso, di essere fonte e tramite di potere politico.

Addressing Hoaxes and Fake News from Facebook on Vimeo.

Nel corso dell’anno noi di Comunicatore Pubblico vi terremo costantemente aggiornati sul tema, che non mancherà – questo più che prevedibile è sicuro – di alzare la temperatura del dibattito pubblico. Forse non la sua levatura. Ma proprio questo, nell’epoca della disintermediazione, dovrà essere il punto di partenza per il lavoro dei mediatori e dei comunicatori, immaginando insieme un punto d’arrivo.


Fonte immagine in copertina: Flickr

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Pierluigi Schiano Moriello

Laureato in filosofia, mi interesso di etica e comunicazione. Critico un po’ troppe cose, e ne amo qualcuna in più.


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