Ai Weiwei è un artista che sa comunicare

Anna Calò
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Le opere d’arte circolano velocemente sotto forma di immagini, si comprimono e si adattano ai formati dei social network, ricevono cuori su Instagramlike e smile su Facebook. Ai Weiwei sostiene che: “penso che l’arte non avrà nessun tipo di futuro se non riuscirà ad adattarsi alla tecnologia e alla vita di oggi”.

Un artista infatti che cura con attenzione i suoi profili social riesce a veicolare meglio il suo messaggio e ad accrescere la sua audience quantificandola in followerview e share.

Palazzo Strozzi, a Firenze, ha ospitato per cinque mesi (dal 22 settembre 2016 al 22 gennaio 2017) la prima grande mostra italiana dedicata ad uno dei più influenti artisti contemporanei, Ai Weiwei.

Un’icona di libertà di espressione e di lotta per i diritti umani e contro ogni forma di censura. Non a caso il titolo della sua mostra è “Ai Weiwei. Libero.” Una scelta comunicativa forte ed efficace. Un titolo che racchiude tutto il suo mondo tra arte e impegno politico.

Le opere esposte spaziano dal suo periodo newyorchese negli anni ’80-’90 in cui si avvicina e scopre l’arte di maestri come Andy Warhol e Marcel Duchamp, alle grandi installazioni fatte con assemblaggi di oggetti di uso quotidiano, come biciclette o sgabelli. Fino alle opere politiche, dai ritratti dei dissidenti del passato fatti con i mattoncini della Lego, ai recenti progetti sulle migrazioni nel Mediterraneo. Tema che riveste un’importanza primaria nella sua odierna attività di denuncia artistica, come si nota dalla facciata di Palazzo Strozzi rivestita, per tutta la durata della mostra, da ventidue gommoni di salvataggio arancioni.

L’uso dei nuovi media è uno dei principali tratti distintivi dell’artista, censurato e arrestato il 3 aprile 2011 dalla polizia cinese e per ottantun giorni è stato detenuto in un luogo segreto con la mascherata accusa di frode fiscale.

Internet è il suo maggior mezzo di espressione. È nel 2005 che Ai Weiwei si apre a questa nuova forma di comunicazione quando inizia a tenere un blog  che correda di fotografie per documentare la sua attività artistica e la sua vita personale, utilizzando la piattaforma per esprimere le sue idee sull’arte, l’architettura, la politica e la cultura. La sua denuncia contro il governo cinese assume toni sempre più espliciti e duri a seguito del terribile terremoto del 2008 dove  persero la vita 70.000 persone, soprattutto bambini ed è a loro che si ispira la sua opera “Snake bag“. Nel maggio 2009 pubblica l’ elenco di nomi di bambini morti nel sisma, ma il blog, che raggiunge centomila contatti al giorno, viene oscurato dal governo cinese. Passa dunque a Twitter e nei quattro anni successivi pubblica oltre centomila tweet, raggiungendo centinaia di migliaia di follower. I suoi interventi sui social media (dal 2009 è anche attivissimo su Instagram) col tempo assumono la valenza di una nuova forma d’arte. Artista sostiene infatti che “Tutto è arte. Tutto è politica” “C’è un impatto politico nelle mie opere e non smetto di essere artista quando mi occupo di diritti umani”. L’ arte, quindi, usata come il mezzo per veicolare azioni politiche. L’ arte come inizio di un’azione politica. L’arte che mobilita le coscienze collettive e crea spostamenti, reazioni. Questo sembrano gridare tutte le sue opere, piene di sapiente e ricercato, ma allo stesso tempo diretto, simbolismo.

Le sue battaglie in difesa di cause scottanti e in favore della libertà d’espressione sono diventate il suo brand, il suo tutt’uno con il suo essere artista.

Un’altra delle sue peculiarità è il singolare rapporto tra tradizione e modernità. La scelta infatti di Firenze non è casuale: la culla del Rinascimento italiano ha ospitato una mostra così ricca di opere che attraversano la vita dell’artista in una continua ricerca tra il passato, con le sue tradizioni e l’oggi, ricco di tante contraddizioni. Come contraddittorio è il rapporto con il suo Paese, la Cina, frammentato tra un profondo senso di appartenenza e di conoscenza della sua cultura e dei suoi usi ed un altrettanto senso di ribellione e di lotta contro il suo sistema di governo, contro il suo capitalismo e il suo consumismo.

Celebre ed emblematica di questo conflittuale rapporto è l’opera sottostante che mostra l’artista nel mentre distrugge un’urna funeraria dell’antica dinastia Han, fissata in tre iconici scatti fotografici. L’espressione indifferente di Ai Weiwei sottolinea che il suo è un atto consapevole di barbarie culturale, paragonabile, come da lui stesso sottolineato, alla distruzione dell’eredità storica cinese portata avanti dal governo con la Rivoluzione culturale lanciata da Mao Zedong nel 1966.

 

Concludendo, quindi, ritengo che quest’artista abbia una forte capacità nel sapere veicolare, attraverso le sue opere, messaggi politici e sociali in maniera molto efficace e diretta riuscendo a smuovere l’attenzione di chi lo osserva tanto da indurlo ad una forma di azione, che sia essa anche solo di comprensione più attiva dei vari fenomeni, ai quali oggi il mondo è sottoposto.

 

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Anna Calò

Cogito ergo comunico. Appassionata di arte e politica. Sognatrice, quanto basta. Curiosa, in maniera smisurata.


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