Chi meno ne sa, più commenti

Elisa Nicolaci
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Succede che nella notte tra sabato 21 e domenica 22 ottobre un ragazzo di 24 anni ha un incidente con il suo motorino. Dopo qualche minuto passa su quella stessa strada di Riccione un ragazzo poco più grande di lui (di cui volontariamente non riporto il nome, anche se si può trovare in qualsiasi articolo) che rimane colpito da quello che vede: un corpo per terra e delle persone intorno. Decide di fermarsi. Gli dicono che i soccorsi sono già stati chiamati, stanno arrivando. Ma lui sceglie di rimanere, di continuare a guardare quel corpo agonizzante. E di condividere la scena. Con una diretta Facebook.
Il filmato – nel quale descrive le condizioni del ragazzo e chiede aiuto a chi è collegato – è poi stato rimosso dalla polizia postale e potrebbe costare al giovane l’apertura di un’inchiesta con l’accusa di reati quali procurato allarme, diffamazione degli operatori del soccorso, violazione della privacy dei parenti del defunto.

A mio parere il rischio che si corre nel tentativo di commentare una vicenda simile, di certo non unica nel suo genere, è quello di cedere alle banalità, al moralismo, a volte persino al narcisismo – perché in fondo a tutti piace pensarsi più bravi degli altri e commentare i fatti che si trovano spiacevoli con un “io non lo avrei mai fatto”.
Eppure penso che questa storia offra, suo malgrado, molti spunti di riflessione interessanti. Per questo motivo ho scelto di fermarmi per qualche momento, leggerne bene, e provare a mettere in ordine dei pensieri spesso difficili da incanalare ed esprimere. Proverò a farlo per punti, per aiutarmi e cercare di essere più chiara.

Come i giornali – e le loro pagine social – hanno affrontato la vicenda
Le testate nazionali hanno riservato un ampio spazio a questa notizia, spesso anche infarcendola di retorica, ingigantimenti e note noir molte volte forzate.
Ma quello che colpisce è soprattutto il modo in cui essa è stata recepita sui social. Un esempio su tutti ce lo fornisce la pagina Facebook del Corriere della Sera, tra le più seguite in Italia. Il quotidiano ha pubblicato il post sulla vicenda di Riccione nella mattinata di lunedì 23 ottobre, raccogliendo 2.153 like, 467 commenti e 530 condivisioni (alle 18 dello stesso giorno), registrando così quasi il triplo delle interazioni ottenute con gli altri post pubblicati nelle 24 ore precedenti.

I commenti sui social
Si sprecano. I commenti sui social si sprecano. E non parlo solo di quelli sotto i post delle testate giornalistiche. Parlo soprattutto di quelli espressi sulla pagina del ragazzo che ha realizzato il video. Commenti espressi da chiunque e sotto post che non hanno nulla a che vedere con questa storia.
Una cosa che mi chiedo sempre in questi casi è come faccia la gente a sentirsi in diritto di andare a cercare il profilo social di uno sconosciuto, curiosare in quello che di fatto è il suo diario – seppur pubblico – online, e finire per scriverci accuse, offese e persino minacce di morte. Ma i miei “preferiti” sono quelli che lo accusano di non aver rispettato la privacy di una persona malgrado, con le dovute e non sottovalutabili differenze, loro stiano facendo la stessa cosa.
La domanda che mi pongo a questo punto è: quand’è che abbiamo deciso che possiamo permetterci il lusso – sì, il lusso – di commentare qualsiasi notizia, spesso anche senza esserci informati a dovere e con una cattiveria feroce, persino nei confronti di persone che non conosciamo? E da quand’è che per farlo abbiamo deciso che non bastava utilizzare un “campo neutro” come il post di un giornale, ma abbiamo cominciato addirittura ad andare “in casa” dello sconosciuto in questione?
In fondo si tratta di uno dei quesiti che si esprime più spesso nei confronti del web: è giusto che tutti possano commentare tutto e in qualsiasi modo, oppure non è questo il senso della libertà che ci offrono internet e i social network?
Per finire, una chicca che secondo me non si può ignorare: i commenti di chi dice che questo ragazzo ha un animo talmente infimo che ora può davvero diventare un politico in Italia. Deliziosamente sensato e pertinente.

Per qualche like in più vs. la condivisione del dolore e la ricerca del conforto
“Ero sconvolto, sotto choc, volevo fare qualcosa per quel giovane a terra […]. Mi sono messo a filmarlo e a fare una diretta. Volevo condividere il mio dolore, mi sono sentito solo, nessuno che mi abbracciasse. Non cercavo lo scoop, giuro. Ora ho capito di aver sbagliato e chiedo scusa a tutti, alla famiglia soprattutto. Ma è anche colpa di questa società che vuole tutto in diretta e senza più valori”.
Dai giornalisti ai commentatori di post, sono in tanti a vedere dietro il gesto del giovane una ricerca spasmodica di like. Ma io non sono d’accordo, non credo sia questo il caso. Per quanto sia un ragionamento per me difficile da comprendere, io credo nelle parole del ragazzo. E queste parole mi impensieriscono e spaventano non poco.
Siamo davvero al punto in cui, se presi dal panico di una situazione così drammatica, c’è chi preferisce filmarla, condividerla e chiedere aiuto a chi è lontano, mettendo di fatto tra sé e la tragedia che si sta consumando davanti ai propri occhi uno schermo e scegliendo di guardarla attraverso di esso, invece di ammettere di non sapere come affrontarla e cercare conforto magari in uno sguardo, in una pacca sulla spalla, in un abbraccio delle persone, seppur sconosciute, con cui si sta condividendo il momento? Ed è davvero “anche colpa di questa società che vuole tutto in diretta e senza più valori”, come si giustifica il ragazzo? È questo il tipo di società in cui viviamo oggi? O perlomeno il modo in cui la percepiscono i giovani?
La verità è che non ho risposte sul web. Non so dire se le possibilità che ci regala siano un bene o un male in assoluto, anche perché non credo negli assolutismi.
E non credo nella formula “quando non c’erano i social non c’era neanche tutta questa cattiveria”. Più che altro, erano diversi i modi di esprimerla, non erano così altisonanti, così immediati, così semplici da utilizzare e a disposizione di tutti, che danno l’impressione di poter fare quello che si vuole, tanto quel mondo lì è una finzione e si rimane sempre impuniti.
Quello che penso, invece, è che oggi sia troppo facile generare una gogna sui social. Feroce, senza filtri, spesso anche cieca, che colpisce non solo il suo bersaglio ma anche tutti coloro che gli stanno intorno. E che può finire per distruggere davvero, come è già successo. E allora il giro di accuse e insulti ricomincerà daccapo, spostando solo il dito indice su un altro soggetto, che probabilmente fino a un attimo prima lo puntava a sua volta.

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Elisa Nicolaci

Comunicatrice, più che comunicatore.
Appassionata e studiosa di comunicazione di genere. Soprattutto.


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