Ridateci il 90% del tempo passato ad ascoltarvi

Matteo Cadeddu
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Zaia, per il referendum sull’autonomia, ha cavalcato lo slogan del 90% delle tasse del Veneto mantenute nella Regione. Ciò non avverrà, e noi – come i catalani – ci siamo bevuti l’ennesima farsa personalistica.

Il risultato schiacciante del referendum autonomista veneto mette nelle mani della giunta regionale un grande mandato politico. E premetto che in questo mandato politico vedo prima di tutto l’opportunità di spingere il Governo a ripensare la struttura delle competenze regionali. Per il resto, sappiamo che questa consultazione era giuridicamente superflua oltre che decisamente vaga nel quesito.

Un mandato spinto comprensibilmente anche da istanze locali poco ascoltate, oltre che dalle ansie per la questione migratoria e dalla crisi della democrazia rappresentativa. Un segnale così forte prevede l’assunzione di grandi responsabilità. Responsabilità che non sembrano ben riposte, in quanto affidate a un Presidente di Regione – nel caso del Veneto – che non sa di non poter promettere ai suoi concittadini di mantenere i nove decimi delle tasse sul territorio. Non lo sa, oppure non lo vuol sapere. Infatti, la materia tributaria non è prevista tra quelle negoziabili negli articoli 116 e 117 della Costituzione. E va ricordato che la Corte Costituzionale aveva già bocciato, tra i quesiti proposti inizialmente, quelli che riguardavano questa materia.

Luca Zaia dunque sa benissimo quello che sta facendo: mettere i cittadini contro le istituzioni, in modo che questo giochi politicamente a suo vantaggio. Quando molti dei cittadini che hanno votato in favore di uno slogan vedranno che il Governo risponderà picche, perché quello per cui credevano di votare non rientra tra le competenze negoziabili, questi si arrabbieranno. E la loro rabbia verrà alimentata da chi griderà “Ecco, lo vedete, non vi ascoltano!” Per l’ennesima volta verrà intaccata la fiducia degli elettori nei confronti delle istituzioni centrali (le stesse che Zaia, un giorno, sembra voler rappresentare).

Ed è così che slogan dopo slogan, non si fa altro che alimentare un processo che scredita le istituzioni, costringe maggioranza e opposizioni ad essere in campagna elettorale permanente, e disegna un futuro sempre più cupo per chi dovrà amministrare la cosa pubblica. Il circolo vizioso che ne consegue fa presagire infatti un susseguirsi di Governi con mandati così deboli da non avere forza per proporre riforme strutturali e quindi destinati ad una stagnante sopravvivenza istituzionale. A meno di uno strappo permanente, che si potrebbe consumare, più verosimilmente, in favore di chi di questi slogan ne fa un largo uso comunicando più che altro alla pancia degli elettori.

Tutto questo attraverso i canali tradizionali come anche attraverso internet. Basti tener presente che secondo il 14esimo rapporto Censis sulla comunicazione, a più della metà degli utenti di internet è capitato di dare credito a notizie false circolate in rete.

La Verità, che ai tempi dell’Illuminismo era considerata precondizione della società umana, diventa oggi un accessorio superfluo. In quanto chi dovesse rompere la parola data – nel caso diventasse forza di governo – godrà della globale distrazione generata dalla quantità di falsità o inesattezze che circolano e nella peggiore delle ipotesi della scarsa memoria di chi l’ha votato.

C’è una strada di ritorno da tutto questo? Un modo per arginare e sbugiardare gli slogan ingannevoli, ai tempi in cui Facebook è utilizzato come fonte di informazione dal 35% degli italiani? Finché lo troviamo, per favore, restituiteci il 90% del tempo che passiamo ad ascoltare le vostre bufale. E tenetevi pure il resto, come ringraziamento per l’intrattenimento.

 


Fonte immagine in copertina: Lettera 43

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Matteo Cadeddu

27 anni e più di 400 chilometri di trekking nelle gambe. Camminare serve a creare idee e relazioni. La comunicazione serve a connetterle.


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